La prevenzione dei conflitti online: le 11 regole per i genitori

Il reale e il virtuale non si distinguono quasi più.
L’aggressione online è ormai diventata e percepita da noi come una vera e propria aggressione, a tutti gli effetti. E le conseguenze psicologiche delle parole sulla vittima di turno non si possono più sottovalutare.

Al punto che non c’è più da chiedersi se l’aggressività sia virtuale o reale, ma come si manifesta diversamente a seconda di luoghi, persone, spazi. E da questo punto di vista la rete è ormai solo uno dei contesti possibili.


Auguri di morte, minacce di ogni sorte e, quando ci sono donne di mezzo, di stupro ovviamente, con agghiacciante dovizia di particolari sulle modalità.
La percezione di vulnerabilità intensa che ci troviamo a vivere quando veniamo attaccati online è diventata concreta, forte, reale. 

Chi è colpito di volta in volta sente reale la percezione di pericolo. Ci si sente realmente odiati, si sperimenta un senso di ingiustizia e di debolezza per aver, magari, semplicemente espresso una opinione.

Questo accade perché la comunicazione (conflittuale) sui social, infatti, è quasi sempre centrata non tanto sui contenuti ma sui risvolti relazionali. 

E si tratta, quasi sempre, di relazioni di marca conflittuale e all’insegna dell’escalation più intensa. In questi passaggi di comunicazione, chi scrive di norma non vede all’altro come ad un essere umano reale in tutto simile a sé.

Ci si potrebbe domandare se, avendocelo davanti in carne e ossa, gli si parlerebbe allo stesso modo. Può darsi anche di no, ma questa idea non è comunque particolarmente rassicurante.

Perché è facile notare come questa dinamica relazionale de-umanizzante, nata con i social network, possa immediatamente trasferirsi dal piano virtuale a quello della realtà.

Stiamo assistendo a una sorta di educazione sociale all’odio.

Si intravede sempre di più una legittimazione culturale e morale della violenza, una sorta di sdoganamento.

Ci può essere una mediazione? E cosa può fare una mediazione dei conflitti?

Quali potrebbero essere le possibilità reali per gestire questa tendenza, diciamolo, generale? 

Rispondiamo all’odio con un odio frutto della rabbia o della paura che proprio quell’odio ci suscita? Reagiamo con la violenza verbale alla violenza verbale?

Demonizziamo per rispondere di fatto alla demonizzazione di chi ci attacca in modo violento e, così facendo la diffonde, finendo di fatto così con il contribuire alla demonizzazione e allo sdoganamento della violenza?

Ahimè… questa opzione già esiste ed è la più utilizzata attualmente. 

È una classica risposta conflittuale.

Ma occhio, ché l’altro a cui sui risponde così indignati, non è poi tanto differente da noi. 

Nel senso che, molto spesso, anche il nostro interlocutore non si sente un aggressore ma un aggredito.

Meccanismi di autogiustificazione?

Può darsi, ma il fatto è che ci crede. Si sente una vittima non un carnefice, proprio come noi…

Un genitore protettivo, nel momento in cui sceglie di dare ai propri figli l’utilizzo di un qualunque device tecnologico (console, smartphone, tablet…) deve essere quantomeno consapevole rispetto alle principali problematiche, potenzialità, le criticità e i pericoli reali che ne conseguono.

Ed è proprio qui che a nostro avviso incominciano a diventare importanti le best-practices educative.

La modalità ottimale per tutelare diventa quella di porre in essere una serie di comportamenti preventivi che mettano nella condizione i minori, già dal primo momento in cui accedono al servizio digitale, di conoscere e riconoscere tutte le eventuali possibilità di pericolo e far scattare i “campanelli di allarme”, non solo per proteggerne la privacy ma anche e soprattutto per tutelarne la libertà online.

  1. Utilizzare insieme giochi e app per capirne il funzionamento e l’effettiva utilità e le possibili conseguenze negative,
  2. Proporre delle regole condivise per controllare e limitare, per quanto possibile, l’interazione online;
  3. Installare software di parental control che consentano di filtrare i contenuti web, tramite apposite “black-list”, e verificarne costantemente l’efficacia e le effettive funzioni;
  4. Spiegare continuamente che le mail possono essere potenzialmente fonte di virus, troyan o spyware che sono in grado di modificare il funzionamento dei nostri device per sottrarre i nostri dati personali;
  5. Insegnare di non rivelare in Rete la propria identità, né dei propri familiari o amici,
  6. Incoraggiare i bambini ed i ragazzi (specie sui social network) a non riporre eccessiva fiducia negli amici “online”, specie se adulti. E che qualunque soggetto che sentano come indesiderato o spiacevole e che li importuni o semplicemente infastidisca in qualunque modo può essere sempre bloccato e segnalato
  7. Evitare che siano diffuse foto del minore sul web, specialmente sui social, anche da parte di amici e parenti,
  8. Parlare insieme dei rischi legati all’uso di internet e ascoltare ciò che i bambini hanno da dire, per capire i segnali di pericolo in tempo: aiutare i bambini a comprendere quando una determinata situazione sta diventando rischiosa. Ciò li aiuta anche a sentirsi in confidenza quando succede qualcosa che li preoccupa, Questo perché i “groomers” contano, infatti, sul silenzio e sulla paura delle proprie vittime per ottenere ciò che vogliono;
  9. Discutere apertamente sul fatto che non è prudente accettare inviti da parte di persone conosciute sul web (di fatto, sconosciuti), in particolare quando richiedono incontri in luoghi appartati, o di nascosto, o con richieste a sfondo sessuale;
  10. Educare i nostri bambini e ragazzi, insegnando a non reagire necessariamente alle provocazioni o a messaggi di tipo offensivi o aggressivi: è buono far capire che trattare ed essere trattati correttamente è un diritto ed un dovere di tutti gli utenti del web e ancora prima della vita reale;
  11. Non far mai sentire in colpa i bambini e i ragazzi qualora siano stati vittime di abusi online: la colpa è sempre di chi commette il reato e mai della vittima.

Autore: Andrea Marino, Psicoterapeuta, docente Tecniche avanzate di prevenzione dei conflitti Master Istituto HFC –

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