Al di là della scienza. L’arte della mediazione

È al termine di un’altra osservazione di un incontro di mediazione familiare, dopo essermi immaginata lì, in un setting da me creato, dinnanzi ai mediandi, ogni volta diversi, ogni volta con nuovi bisogni, limiti e risorse, da scoprire e da portare alla luce, che si fa sempre più spazio nella mia mente la domanda:

Quali sono le caratteristiche del buon mediatore?

Seppur, per definizione, la mediazione è studio e applicazione delle conoscenze sulle radici emotivo-relazionali della conflittualità, nascenti in specifiche interazioni relazionali, finalizzate a facilitarne l’auto-superamento, questa e ancor di più quella familiare non può certo esser ridotta alla sola messa in pratica di tecniche e modalità operative, anche se specifiche, ma necessita di un quid pluris.

Questo lo si ritrova proprio nel mediatore, il quale conduce per mano le parti, contrapposte all’interno della loro dinamica conflittuale, verso il riconoscimento dei loro bisogni e dell’altro da sé, verso la comprensione reciproca e il ripristino della comunicazione, per giungere alla salvezza dell’unità del gruppo, dal pericolo della rottura, con la creazione di una nuova unione.

La mediazione, pertanto, non è riconducibile a una mera pratica, veloce, economica e “dolce”, di risoluzione alternativa della controversia, come oggi molti immaginano o vogliono far credere, ma offre qualcosa di più: la possibilità di sperimentare uno stare in relazione nel rispetto delle reciproche differenze.

Regole, virtù, abilità

Non è un semplice affidarsi a un terzo, imparziale e neutrale, al fine di risolvere la conflittualità insorta attraverso il suo consiglio dato o la soluzione migliore, più giusta o più equa indicata da questo. Se così fosse, vi sarebbero già ruoli atti a tale attività: il giudice, che è terzo e imparziale ed ha il compito con la propria decisione di risolvere la conflittualità tra due parti, l’avvocato, l’arbitro, l’educatore, lo psicologo o ancora l’assistente sociale.

La mediazione è un percorso guidato da un terzo, il mediatore, lungo il quale il singolo, in conflitto con l’altro, riesamina le proprie posizioni, nomina le proprie emozioni, chiarisce, innanzitutto a sé stesso, i propri bisogni, sviluppa una maggiore consapevolezza di sé e un maggior controllo in merito alle proprie scelte, decisioni e azioni – il popolare empowerment;
attraverso il quale riscopre, in taluni casi scopre, l’altro, gestisce direttamente il proprio conflitto, non vivendolo più come un attacco personale, impara a stare nel conflitto, ristabilisce, o stabilisce per la prima volta, la relazione con l’altro, insieme al quale supera la conflittualità iniziale ed elabora gli accordi più soddisfacenti per gestire il loro presente e il loro futuro.

Sono le parti in conflitto, i mediandi, che trovano la soluzione, non il mediatore, che ha il solo compito di posizionarsi accanto a loro, in modo equivicino, e condurli verso l’avvio della comprensione reciproca.
Tuttavia parlare di solo compito di conduttore è del tutto riduttivo e pone l’impressione di un ruolo marginale del mediatore, quando è tanto altro.

Il percorso svolto dai mediandi, infatti, può essere un cammino tortuoso, irto di difficoltà e pericoli, squilibri, resistenze, paure, un viaggio doloroso, complicato da portare a termine; il mediatore deve essere pronto a resistere a tali perturbazioni, deve essere un cicerone abile, imperturbabile, fermo ma allo stesso tempo sensibile e comprensivo, capace di infondere fiducia affinché il viaggio possa continuare ed essere portato a termine con il ristabilizzarsi della comunicazione.

Leggere e capire il conflitto, la relazione, la persona e i suoi valori, seppur diversi dalle proprie credenze, astenendosi dal decidere, giudicare, prescrivere, consigliare o imporre. Questi i compiti affidatigli.

Lavoro personale

Ai mediatori, quindi, viene richiesto un grande lavoro e lavorio personale, per entrare in un atteggiamento professionale del tutto unico. Un lavoro che non comprende solo il conoscere e applicare modalità operative specifiche, utilizzate anche in altri contesti, piuttosto, apprendere la technè della mediazione e approdare a una visione del mondo priva di giudizi, aperta alla comprensione e imperniata sulla fiducia nell’altro.

Un modus vivendi quindi. E non solo operandi.

Necessità questa avvertita da tempo. Nasce, difatti, già con Georg Simmel, agli inizi del secolo scorso, l’esigenza di dotare queste nuove figure di un’adeguata formazione, che andasse al di là di una natura meramente operativa e riguardasse anche i presupposti teorici ed epistemologici della mediazione stessa.

Per il filosofo e sociologo tedesco, il mediatore è il terzo che unisce, che offre alle parti la possibilità di stare in relazione nel rispetto delle reciproche differenze; tuttavia per poter svolgere tale ruolo, egli deve possedere precise caratteristiche: essere imparziale; essere indipendente; saper ascoltare senza giudizio (quel che oggi, grazie a Carl Rogers, chiamiamo ascolto attivo); saper restituire presentando ad una parte le pretese e le ragioni dell’altra, ma si badi, non come semplice vettore bensì riducendo in sé la materia del contendere in modo tale da trasmetterla solo in forma oggettiva; saper apportare l’elemento trasformativo ossia il passaggio da una dimensione emotiva ad una dimensione intellettuale con il conseguente disvelamento della componente oggettiva; ed infine, egli deve, necessariamente, possedere un interesse soggettivo per le persone, altrimenti, sottolinea Simmel, egli, pur presentando le altre caratteristiche, non potrebbe assumere la funzione di mediatore.

Esigenza ancora più sentita oggi, dove la mediazione, almeno quella familiare, presenta ormai teorie, principi base e metodologie specifiche propri, che le hanno permesso di farsi spazio e distinguersi da altre discipline scientifiche.

Ed ecco, quindi, che delineare la formazione e le caratteristiche che un mediatore deve possedere, diventa presupposto necessario e fondamentale per contribuire a rendere la mediazione familiare, pur con i suoi diversi approcci, una scienza a sé e per tutelare la figura professionale del mediatore stesso.

Per questo, vista la funzione elevata della mediazione familiare e il ruolo alto e nobile del mediatore, il compito che viene richiesto a quest’ultimo è quello di non fare solo, ma “essere” mediatore.

Dapprima, egli dovrà imparare la disciplina della mediazione e le sue regole nonché avere una conoscenza multidisciplinare:

  • i principi cardine
  • il processo razionale sotteso e le sue fasi
  • le tecniche di negoziato e contrattazione che comportano logica e razionalità
  • i diversi approcci
  • la deontologia
  • conoscenze e competenze in ambito giuridico/legale, psicologico, sociologico e delle tecniche di comunicazione e di gestione dei conflitti

e avere ben chiaro che fondamentale risulta per lui la formazione continua.

Successivamente, andrà a sviluppare o potenziare le abilità imprescindibili per una buona pratica di mediazione:

  • di empatia, di uso dell’intelligenza emotiva, di ascolto attivo e di accoglienza alla relazione
  • di comprensione dei bisogni e di individuazione delle risorse
  • di elasticità intellettuale
  • di gestione e conduzione del processo e di problem solving
  • di comunicazione efficace, di meta-comunicazione e di silenzio
  • di pianificazione delle attività, seguendo il ritmo e i tempi dei mediandi e non i suoi
  • di gestione dello stress
  • di sostare nel conflitto e di gestione degli squilibri

Conclusioni

Il mediatore avrà sempre bene a mente che deve essere attento, paziente, fermo ma sensibile, autentico, positivo, propositivo e costruttivo, ma senza sostituirsi ai mediandi e senza andare oltre le loro richieste, comprensivo, senza giudizi e pregiudizi, fiducioso verso se stesso e verso gli altri.

Incomincerà, con l’esperienza tanto di vita che di lavoro, ad avere uno stile personale e flessibile, sarà creativo ed eclettico e lo trasmetterà ai mediandi, all’interno del setting da lui accuratamente creato.

Riconoscerà, quindi, che deve attingere tanto al pensiero legato all’ emisfero sinistro del suo cervello quanto quello legato all’emisfero destro.

Infine, farà di necessità virtù e diverrà paziente, umile, assertivo, responsabile, riflessivo e scoprirà che la prima regola per stare bene nella relazione con gli altri, è stare bene con se stessi e prendersi cura di sé.

Egli, dunque, “dovrà prima imparare la scienza della pratica, al fine di fissare una base sistematica del suo lavoro, e, una volta che avrà acquisito la meccanica dell’intervento, utilizzare questa conoscenza di base in modo diverso, per andare oltre la tecnica, verso modi di operare più creativi, intuitivi, facendone quindi un’arte”.

La sua arte.


Autrice: Viviana Iacovelli, Avvocata e Mediatrice familiare

(tratto da: AL DI LA’ DELLA SCIENZA. L’ARTE DEL MEDIATORE. Tesi Master Mediazione familiare e gestione dei conflitti, 2021)

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