La metropolitana di Roma: metafora dell’inconscio

Il cacciatore di posti. A differenza dei suoi colleghi più tradizionali non punta selvaggina, ma posti a sedere in metropolitana: si piazza nei punti di maggior transito, controlla chi dà segni di prossima discesa – la giovane che guarda la tabella delle prossime fermate sistemando giacca e borsa – agevola l’uscita e risoluto si accomoda, senza tentennamenti, roteando il busto solo quando sta già planando. Ci sono i fugaci sguardi negli occhi degli altri viaggiatori, subito distolti; e l’ipnotica voce a segnalare l’uscita sul lato destro. Leggiamo gli sms e i titoli dei libri dei passeggeri vicini; una sdrucita punk può sedere accanto a un anziano signore con la forfora. La cantilena della giovanissima Rom che racconta della sua povera esistenza, e il raro rumore di spiccioli che si accompagna. Qualche anno fa si esibivano un nero che tirava fuori gli occhi e un bianco che cantava una canzone sulla cellulite.

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La metropolitana riserva sorprese a chi sa viverle, e ancor più quella di Roma. Chiusura alle 21, perenni lavori in corso, vigilantes che ignorano gli adolescenti che si infilano due alla volta nei tornelli. La linea B1, ma quando apre?  E la scritta Anderground su un cartello, alla stazione Tiburtina. Sui social network, in questi giorni, circolano due foto: una di quell’ipotetico progetto del 1986, che prevedeva 5 linee. Un’altra, forse in omaggio ai cattivi traduttori dell’Atac, offre nomi tradotti maccheronicamente in inglese. Ma in quest’epoca di particolare attenzione per il disastrato trasporto pubblico romano, un’opera ha catturato più di tutte l’attenzione. Il manifesto “I have a dream”, una finta mappa logica delle metropolitane di Roma con decine di linee, più intricate di quelle londinesi. La libreria Altroquando, in pieno centro, ha cominciato a esporla durante il periodo natalizio: il risultato è stato una coda continua davanti alla vetrina, e frequenti “Ammazza questa è una genialata”. I passanti sono incantati, immaginano l’ipotetico tragitto per andare al lavoro, “anvedi, per andare da Bravetta al Nuovo Salario prendo la linea marrone, cambio al S. Camillo e vado lungo”. I sogni son desideri, secondo un mellifluo cartone disneyano; i sogni sono formazioni di compromesso per esprimere i desideri rimossi in modo mascherato e quindi lecito per l’Io, diceva grosso modo Sigmund Freud nella sua datatissima opera L’interpretazione dei sogni. Qualsiasi cosa sia, quel manifesto riesce a catalizzare i sogni ad occhi aperti delle migliaia di romani che l’hanno incrociato, stremati da un traffico che non dà tregua e vigili urbani che fanno multe a tradimento. Le prossime amministrazioni comunali avranno l’obbligo di rendere reali quei sogni; se non dieci linee, almeno il prolungamento della B1 ar Tufello. Per rendere decente quella sotteranea metafora dell’inconscio che è l’underground.

Nicola Boccola – 20 febbraio 2012

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3 thoughts on “La metropolitana di Roma: metafora dell’inconscio

  1. Battiamoci per questo sogno, J.Verne scrisse 20mila Leghe sotto i mari immaginando sottomarini quando era impensabile tutto ciò, crediamoci in questo sogno, manifestiamo per queste linee rompiamo le palle, i soldi non ci sono??? Cazzate, che Monti si fotta, dobbiamo essere scomodi, siamo gli unici in Europa ad non avere tutta la città collegata dalla metropolitana, se avessimo detto ai nostri nonni che avremmo parlato con un Statunitense tramite un monitor non ci avrbbero creduto, guardiamo nel futuro, ALL ROME UNDERGROUND

  2. siete male informati, i cattivi traduttori dell’Atac non c’entrano nulla. Il cartello con il maccheronico “anderground” si trova nell’area delle Fs e da queste realizzato…

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