Le mediazioni impossibili

Non tutte le coppie sono mediabili: la mediazione familiare non è un percorso obbligatorio.
La coppia, infatti, deve determinarsi liberamente nella scelta del percorso di mediazione. Ciò perché deve predisporsi all’ascolto e all’accoglimento dei bisogni dell’altro, in un momento nel quale il contrasto è o può apparire elevato.
Tale predisposizione può venire a mancare in tutte quelle ipotesi nelle quali uno od entrambi i componenti della coppia non siano nelle condizioni (fisiche o mentali) di determinarsi serenamente in tal senso, ovvero vi siano comportamenti che possono pregiudicare il percorso di mediazione e conseguentemente il buon esito dello stesso.

Proprio alla luce di ciò, la mediazione familiare può dirsi impossibile in presenza di:

  • Reati penali (maltrattamenti, abusi);
  • Patologie gravi di uno o di entrambi i componenti della coppia (dipendenza da sostanze stupefacenti, dal gioco, dall’alcool). Sovente in tali ipotesi la persona affetta da dipendenza tende a reiterare determinati comportamenti e a non rispettare gli accordi;
  • Disturbi psichiatrici.

Ma lo è anche in caso di:

  • Assoluta mancanza di comunicazione tra i componenti la coppia. In tale situazione le parti non manifestano interesse alcuno al dialogo: non hanno voglia di parlare né, persino, neanche di litigare. Si mostrano disinteressati l’uno all’altra e soprattutto non riconoscono il bene superiore dei figli.
  • Eccesso di conflittualità. Le parti si mostrano antagoniste l’una all’altra, rabbia ed emozioni vengono scaricate nei confronti dell’altro come se questi fosse un avversario da eliminare. Il rancore nei confronti dell’altro si manifesta in tutto il suo spessore tanto da non riconoscere neanche se stessi nel momento in cui – magari anni addietro – si era individuato l’altro come compagno di vita. In tali ipotesi l’eccesso di rabbia, che è rivolto alla “cancellazione” dell’altro, non consente il raggiungimento dell’accordo.
  • Non sono mediabili anche tutte quelle situazioni nelle quali vi siano aspettative diverse da parte dei componenti la coppia: uno si vuol separare, l’altro no. In tal caso, spesso l’atteggiamento utilizzato da parte della parte che  non intende separarsi è quello di cassare qualsivoglia soluzione l’altro proponga o ancora e più semplicemente quello di non partecipare e/o interrompere gli incontri di mediazione.

La mediabilità di una coppia deve necessariamente essere oggetto di una chiara e precisa valutazione. Lavorare su una mediazione palesemente impossibile potrebbe non solo non portare ad alcun risultato, ma, oltretutto, l’accordo che  eventualmente ne potrebbe discendere potrebbe non rivelarsi duraturo perché non condiviso dalla coppia con serenità e completa predisposizione. Ciò potrebbe condurre la coppia stessa ovvero anche uno soltanto di loro a ritenere il percorso intrapreso come un ulteriore fallimento (oltre a quello della vita coniugale o familiare in genere).

Tali rischi, però, non devono dissuadere il mediatore dall’intraprendere percorsi che possono apparire “in salita” anche perché la valutazione della non mediabilità va fatta caso per caso.
Nel corso di questi mesi avrei dovuto prendere parte in comediazione con un mediatore esperto ad un percorso di m.f. consigliato da un legale alla propria patrocinata. Quest’ultima, a suo dire, ha condiviso il suggerimento ricevuto con il marito ma, in realtà, nella stanza di mediazione gli stessi non sono mai arrivati. Vi sono stati dei brevi colloqui tra la signora ed il mediatore, più che altro organizzativi dell’incontro, durante i quali la stessa è apparsa sfuggente e poco convinta del percorso proposto.
Ha sovente addotto delle scuse, imprevisti ed altro. La sera prima di quello che avrebbe dovuto essere il primo appuntamento la donna ha contattato il mediatore per cancellare l’incontro a causa di impegni lavorativi del marito.
Nonostante la mediatrice, seppur rammaricata dell’accaduto, abbia lasciato “la porta aperta” ad un ulteriore possibile appuntamento la signora non ha più chiamato.
Analizzando i brevi colloqui intercorsi tra la stessa ed il mediatore esperto, che mi avrebbe dovuto accompagnare nella mia prima esperienza di mediazione, è apparso evidente come la donna in realtà non avesse, in cuor suo, alcuna intenzione di separarsi dal marito. E come, nonostante questi fosse alle soglie dell’azione giudiziaria, lei non avesse una reale percezione di quanto stesse accadendo. Probabilmente ha ritenuto che intraprendere il percorso di mediazione familiare sarebbe stato un po’ come avallare la decisione, forse presa dal marito, di separarsi.

Ovvio che nelle situazioni nelle quali uno dei componenti la coppia è ancora fortemente coinvolta emotivamente dal rapporto, in termini di amore o di quello che appare amore (dipendenza), la mediazione familiare non viene letta come una risorsa ma – al pari del procedimento giudiziario – viene vista come il percorso che porta la coppia a mettere la parola “fine” al rapporto, e non si riesce a scorgere la differenza tra l’una e l’altro, né soprattutto gli effetti positivi sui figli.

Autrice: Arianna Pelagaggi – Avvocato familiarista, Mediatrice familiare


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