La triangolazione in Mediazione familiare: risorse e rischi

Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Murray, Bowen, 1979) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo. Il termine triangolazione identifica una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e l’interazione tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona. La teoria di Bowen muove dalla riflessione che sia pressoché impossibile osservare e comprendere l’interazione tra due persone senza analizzare l’influenza che, su di esse, ha un terzo individuo.

Bowen definisce il triangolo come forma base delle relazioni umane e la famiglia come insieme di triangoli interconnessi, ritenendo che alcune triangolazioni siano normali e persino funzionali durante lo sviluppo psicologico nel corso delle interazioni familiari: poiché le relazioni diadiche sono intrinsecamente instabili, il coinvolgimento di una terza parte può aiutare a superare momenti di alta conflittualità o di stress emotivo.

Triangolazioni funzionali e disfunzionali

Nel caso in cui i membri si alleino per esercitare una funzione (es. accudimento) con flessibilità dei ruoli si è soliti riferirsi alla cosiddetta Triangolazione Funzionale.

Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un elemento negativo all’interno di un rapporto affettivo. Difatti le tensioni e i conflitti all’interno di un rapporto di coppia possano essere deviati, in modo disfunzionale, utilizzando per la mediazione un altro membro del sistema familiare.

L’inserimento di una terza persona in una relazione diadica significativa può avere una funzione di controllo della relazione stessa per rafforzare la posizione di un partner nei confronti dell’altro, disorientandolo e riducendolo ad una posizione di inferiorità psicologica. In questo caso ci si riferisce alla cosidetta Triangolazione Disfunzionale, nella quale due persone si alleano contro un terzo o lo escludono.

Rischi

Al di là dell’intensità del conflitto e del livello di disfunzionalità, la triangolazione è spesso una modalità di relazione che non solo non elimina l’essenza del problema all’interno della coppia – che anzi viene congelato o addirittura esasperato – ma può avere un impatto molto negativo sul benessere psicologico e sullo sviluppo emotivo del figlio.

Ad esempio, può accadere che due genitori in conflitto (manifesto o mascherato) possano entrambi avviare una ricerca del sostegno del figlio contro l’altro genitore. Se ciascun genitore esige l’alleanza del figlio, questo può intendere ogni sua mossa come una conferma per l’uno ma un attacco per l’altro, generando un possibile comportamento di paralisi o di intrappolamento: il conflitto di lealtà.

L’intervento del mediatore

L’esperienza del bambino non dovrebbe comprendere i due contro uno o i due meno uno, quanto piuttosto i due per uno (in cui lui è il focus dell’attenzione dei genitori), il due più uno e soprattutto il tre insieme per una buona crescita personale. Il contesto familiare è appunto il luogo per eccellenza in cui inizia lo sviluppo del Sé, e le dinamiche disfunzionali portano a un inevitabile disagio, che può diventare transgenerazionale (trasmettibile da generazione in generazione) se la triangolazione familiare non viene interrotta.

Il mediatore familiare, quindi, nella sua attività di osservazione relazionale, avrà cura di focalizzare l’attenzione sullo scambio costante e vicendevole tra ambiente, famiglia e individuo, in un lento passaggio da una lente macroscopica ad una microscopica, considerando contemporaneamente il sistema e le sue parti costituenti, ossia la famiglia e le singole individualità che la compongono.

Autrice: Silvia Brugiotti, Avvocato e Mediatrice familiare – brugiottis@hotmail.it

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