La separazione non è una patologia: intervista a Federica Anzini sulla Mediazione familiare

Federica Anzini è presidente dal 2014 della principale associazione italiana di mediatori familiari, l’AIMeF; ha inoltre collaborato ai diversi disegni di legge sull’affido dei minori degli ultimi anni, a partire dai lavori preparatori della celebre legge 54/2006 sull’affido condiviso nella parte relativa alla mediazione, poi stralciata.

Dottoressa Anzini, lei è stata audita dal sen. Pillon in merito alla possibile regolamentazione della mediazione familiare. Cosa pensa degli articoli del DdL 735 che riguardano la sua disciplina?

La mediazione familiare aspetta una legge da più di 30 anni. Per descrivere la situazione odierna uso un detto scherzoso delle mie parti: “è come la sora Camilla, tutti la vogliono e nessuno la piglia”. È una risorsa particolarmente qualificata e una preziosa opportunità nella grande maggioranza delle separazioni: i suoi benefici sono evidenti soprattutto nella tutela dei minori coinvolti e negli enormi risparmi emotivi ed economici per le famiglie coinvolte. Da parte mia è doveroso prestare collaborazione a tutti gli interlocutori politici che se ne sono interessati seriamente.

Non ci ha detto del suo parere.

Sono stata invitata dal sen. Pillon in Senato per la prima volta nell’agosto scorso, prima ancora che il disegno di legge fosse depositato. Da un lato c’era l’apprezzamento per un legislatore che poneva al centro la mediazione familiare dandole il giusto riconoscimento, dall’altro la preoccupazione di dover modificare le parti non coerenti con lo status quo scientifico della mediazione familiare in Italia.

Subito dopo aver accolto l’invito del Senatore a modificare gli articoli sulla mediazione familiare in un’ottica di collaborazione, di concerto con la FIAMeF (la federazione delle associazioni di mediazione familiare) abbiamo depositato il documento unitario che intervenisse nella modifica degli articoli: abbiamo suggerito il recepimento della Norma tecnica UNI del 2016, che cristallizza la trentennale esperienza scientifica ed esperienziale della mediazione familiare italiana. In particolare abbiamo evidenziato la necessaria volontarietà del percorso, suggerendo l’obbligo per il solo primo incontro informativo, gratuito per le parti.

Nell’articolato compare il riferimento alla figura del coordinatore genitoriale per le separazioni altamente conflittuali. Cosa pensa dell’introduzione di questa nuova professione, per la quale stanno nascendo numerosi corsi di formazione?

Come presidente AIMeF non nascondo qualche perplessità su questa nuova figura, che propone un intervento di risoluzione dei conflitti centrato sul minore ma non riservato. Il coordinatore genitoriale aiuta i genitori a mettere in pratica il proprio piano genitoriale e potrà anche, con il loro consenso, imporre soluzioni ed educarli sui bisogni dei figli.

Tuttavia le differenze con il mediatore familiare sono rilevanti e le figure non vanno confuse: il mediatore possiede già le competenze per gestire anche la cosiddetta alta conflittualità, che alcuni vedono come condizione per rivolgersi al coordinatore. Peraltro sarebbe molto complicato stabilire su quali parametri alcune coppie sarebbero normalmente conflittuali e altre altamente conflittuali. Trovo rischioso introdurre una figura che ridurrebbe molto la possibilità di invio in mediazione familiare, strumento che valorizza l’autodeterminazione dei genitori.

Starà senz’altro seguendo le altre audizioni. Il 5 febbraio scorso la delegazione del Consiglio dell’Ordine degli Psicologi, dopo aver creato un incidente diplomatico con la collega americana Linda Nielsen citando in modo errato le sue ricerche, ha fatto alcune considerazioni sulla mediazione familiare.

Partiamo dal presupposto che le famiglie che si separano sono famiglie normali: dai genitori separati non crescono sempre figli disagiati.

I rappresentanti degli psicologi parlano di mediazione familiare in modo residuale, proponendo l’automatica patologizzazione della separazione che non è la lettura sempre applicabile. Prima di arrivare alla CTU bisognerebbe rivolgersi a uno strumento mite e collaborativo, e non divisivo e valutativo. In quella sede ci si aspettava un contributo scientifico e non una rivendicazione corporativa: l’auspicio è che si possa dialogare con i rappresentanti di questa importante professione, dalla quale peraltro provengono molti mediatori familiari.

Nella ricerca di AIMeF Lazio dello scorso anno – la cui pubblicazione è prevista ad aprile – è emerso che il principale canale di invio per i mediatori familiari è quello degli avvocati, proprio la categoria tradizionalmente vista come avversa alla mediazione familiare. Ci troviamo di fronte a un mito da sfatare?

Bisogna lasciare alla coppia la possibilità di rivolgersi all’avvocato durante la mediazione, nel rispetto dei confini professionali: gli avvocati sono professionisti necessari per salvaguardare e tutelare i diritti dei propri assistiti nel processo separativo, noi mediatori familiari facilitiamo il raggiungimento di accordi sia sugli aspetti di cura ed educazione dei bambini sia su aspetti patrimoniali legati al mantenimento.

Il mediatore tiene conto dei bisogni di tutti i componenti della famiglia – in primo luogo quelli dei figli – con un lavoro collaborativo e non antagonista, funzionale alla famiglia nel presente e per il futuro.

Si sono levate forti critiche in merito ad altri articoli del disegno di legge Pillon: ad esempio le norme a contrasto della cosiddetta alienazione o rifiuto genitoriale rischierebbero di consegnare i minori anche a padri violenti o abusanti. Che ne pensa?

Preferirei commentare solo gli articoli per i quali posso esprimere un parere qualificato.

Al di là di questo disegno di legge, come vede il futuro della mediazione familiare?

Negli ultimi anni c’è stata una grande ascesa della nostra professione, sia nei rapporti professionali con i magistrati, l’avvocatura, gli Enti e le Istituzioni, sia nella sua promozione e pratica.

Ma è ancora troppo poco: oggi è chiaro che il mediatore familiare sia un professionista autonomo con competenze trasversali, e l’approvazione di una legge che riconosca la nostra professione è urgente. La nostra è una realtà trentennale che si è diffusa sull’intero territorio nazionale, nei Servizi Pubblici e privatamente, con risultati più che soddisfacenti per coloro che ne hanno usufruito. La piena affermazione della mediazione familiare potrà garantire a bambini e adolescenti una minore esposizione agli effetti distruttivi dei conflitti familiare per la loro migliore crescita: è su questo che dobbiamo lavorare e impegnarci tutti.

Autore: Nicola Boccola, 14 febbraio 2019


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