La presenza dei figli in Mediazione familiare: pro e contro

I figli sono spettatori privilegiati della crisi familiare: ci si pone l’interrogativo circa l’opportunità o meno di coinvolgere bambini e ragazzi nel percorso di mediazione familiare.

Si tratta di una questione di non poco conto, che stimola numerose riflessioni sul tema della inclusione dei figli (specie dei minori) non solo nella vicenda separativa, ma anche nella sua gestione.

La mediazione, come noto, è un percorso volto a ristabilire il dialogo tra ex partner ed aiutare questi ultimi a concordare soluzioni condivise circa le questioni insorgenti a seguito della separazione, tra le quali spicca la gestione dei figli.

Figli in mediazione: i pro

In primo luogo, è essenziale sottolineare la frequente difficoltà del mediatore a spostare il focus della coppia genitoriale dai propri bisogni a quelli dei figli: in un momento così delicato e doloroso quale la presa di coscienza che il progetto di vita insieme all’altra persona è naufragato, appare quasi impossibile concentrare la propria attenzione sulle esigenze altrui, anche se si tratta di quelle dei figli, cui i genitori sono legati da un amore profondo. Considerando la difficoltà nell’elaborare razionalmente e gestire emotivamente il distacco dal partner, ciascun genitore è messo di fronte alla necessità di cooperare nonostante il conflitto (risolto o meno) di coppia e di prendere le proprie responsabilità circa la futura gestione dei figli. In questo contesto, l’eventuale presenza dei figli in mediazione costituirebbe un’opportunità per rendere ancora più evidente ai genitori che:

  • il percorso di mediazione intrapreso è finalizzato in primo luogo ad una ottimale organizzazione e gestione dei figli, nel loro interesse
  • consentire ai figli di dar voce alle proprie esigenze, spesso non esplicitate, ai propri punti di vista e ai sentimenti in merito alla separazione dei genitori
  • offrire chiarimenti e rassicurazioni ai figli, per far comprendere meglio a questi ultimi cosa sta accadendo e cosa accadrà nell’immediato futuro; far sentire i figli partecipi (e non meri spettatori) di quanto sta avvenendo.

Cautele necessarie

La partecipazione dei figli ad uno o più incontri di mediazione presupporrebbe però tutta una serie di cautele, che non possono in alcun modo essere disattese:

  • è necessario verificare la compatibilità di una loro presenza in mediazione con eventuali altri percorsi (es. psicologici)
  • è essenziale compiere una preliminare valutazione circa l’età, le capacità di discernimento, il livello di maturità raggiunto, i tratti caratteriali del figlio, per scongiurare eventuali effetti negativi di una sua partecipazione al percorso
  • è imprescindibile acquisire il consenso del figlio e l’autorizzazione firmata dai genitori al suo coinvolgimento
  • è opportuno che il mediatore abbia una formazione specifica in psicologia dello sviluppo e tecniche del colloquio e dell’ascolto del minore.

Si tratta dunque di una partecipazione che, per essere considerata una vera opportunità, avrebbe bisogno dell’attuazione di cautele molto precise e puntuali.

I contro

Dall’altro canto, non può essere ignorato un altrettanto articolato insieme di ragioni che farebbero propendere per l’esclusione del figlio dagli incontri di mediazione:

  • i figli potrebbero trovarsi ad assistere a nuove diatribe per il raggiungimento dell’accordo
  • i genitori potrebbero, in virtù della presenza dei figli, non sentirsi liberi di esprimere completamente le loro esigenze e le loro perplessità, con rischio di sfogo una volta usciti dalla stanza di mediazione
  • i figli potrebbero essere sottoposti a pressioni durante l’incontro, per favorire il punto di vista dell’uno o dell’altro; i figli potrebbero fraintendere lo scopo della mediazione e nutrire fantasie di riconciliazione dei genitori
  • i figli potrebbero percepire sminuita l’autorità genitoriale
  • i genitori potrebbero percepire pregiudicata la loro autorità genitoriale, lasciando assistere i figli ad un incontro con un mediatore carismatico
  • nella stanza potrebbe formarsi un sovraccarico di emozioni, che renderebbe difficile la prosecuzione della seduta e determinerebbe ancora più confusione nei partecipanti

Conclusioni

Alla luce di quanto scritto, nella metodologia di Istituto HFC appare preferibile non coinvolgere i figli nel percorso di mediazione familiare: è opportuno, infatti, che negli incontri di mediazione i figli siano fisicamente assenti ma fantasmaticamente presenti, grazie all’opera del mediatore che ricorda costantemente alla coppia che il percorso intrapreso deve avere lo sguardo rivolto all’interesse dei figli, in un momento nel quale i mediandi cessano di essere uniti da una relazione affettiva ma restano comunque collegati dalla relazione genitoriale.

La capacità del mediatore familiare sarà dunque proprio quella di potenziare le attitudini e le funzioni genitoriali (parenting) e la relazione stessa tra i genitori (co-parenting), con l’obiettivo della massima valorizzazione del rapporto genitori-figli.

In definitiva, è opportuno che i figli siano posti al centro del percorso di mediazione familiare, richiamando la loro esistenza anche attraverso l’ecogramma e i ritratti di ciascun figlio da parte di ciascun genitore. La loro presenza fisica agli incontri in mediazione sarebbe invece da contemplare solo in casi eccezionali, laddove il mediatore ritenga opportuno sentire direttamente la loro voce in casi di conflittualità difficilmente gestibile e di poca chiarezza circa le reali necessità dei figli stessi. 

 

Autrice: Roberta Gatti, Avvocato e Mediatrice familiare – Email:  roberta.gatti.8@gmail.com

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