Fototerapia relazionale: l’uso delle immagini per comprendere e sostenere la relazione

“Credo davvero che ci siano cose che nessuno riesce a vedere prima che vengano fotografate”. Diane Arbus

fototerapiaChi scatta una fotografia, chi ne è ritratto, chi la osserva, chi poi la sceglie e conserva, genera sempre un significato legato a quell’immagine. Un significato personale che esiste in ogni caso, sia quando è concreto ed esplicito, dichiarato, sia quando è inconsapevole o non direttamente riconducibile a ciò che si vede.

Per una stessa fotografia troviamo quindi molteplici significati che corrispondono idealmente alle diverse persone che la faranno oggetto del loro sguardo e ai diversi momenti in cui, queste stesse persone, si fermeranno a guardarla.

Le tecniche di fotografia terapeutica si concentrano proprio sull’esplorazione dei significati personali legati alle immagini. L’accento sulla relazione permette di ricavare, attraverso l’osservazione di determinati elementi, ulteriori informazioni utili alla comprensione dei rapporti significativi della persona:

  • Cosa può dirci di noi una fotografia che scegliamo anche se ritrae altre persone?
  • Cosa racconta di noi e del modo in cui stiamo con gli altri una fotografia che ci ritrae da soli?
  • Quale virtù e quale limite del nostro rapporto di coppia, del nostro essere genitore o figlio, ci segnala una foto di famiglia?

 

Le tecniche

Intorno alla fotografia terapeutica incontriamo oggi numerose tecniche, ampiamente diffuse in diversi ambiti: dalla formazione alla consulenza sino alla psicoterapia.

Judy Weiser (PhotoTherapy Centre in Vancouver), pioniera della fototerapia e autrice di uno dei primi articoli apparsi sul tema (Weiser, 1975) descrive 5 tecniche, ciascuna basata sull’utilizzo di un tipo di immagine:

  1. Fotografie scattate o conservate dal cliente
  2. Fotografie che ritraggono il cliente
  3. Autoritratti
  4. Foto di famiglia
  5. Fotografie generiche (o tecnica “foto-proiettiva”)

Altre importanti tecniche che utilizzano le immagini sono il photolangage (Baptiste e Belisle, ripreso da C. Vacheret, 2000) il genogramma fotografico (de Bernart, 2013; Ravenna, Iacoella, 2006), il collage terapeutico (de Bernart, 1987; Korth).

 

Il Metodo

Le tecniche di fototorapia si fondano su elementi verbali (racconto, ascolto etc.) e non verbali (immaginazione, disegno, selezione, assemblaggio creativo). Possono essere svolte individualmente, in coppia, con la famiglia o in un contesto di gruppo. La conduzione è affidata ad uno psicoterapeuta o ad operatore con formazione specifica.

L’esplorazione parte da un input sensoriale (fotografia singola o insieme di immagini), quindi, tramite domande e riflessioni, l’operatore accompagna il cliente verso l’individuazione di alcuni temi significativi, generalmente legati ai bisogni, alle aspettative, a al ricordo di eventi particolari, ai miti familiari e alle motivazioni personali profonde. Per le immagini che ritraggono persone, l’operatore sostiene la lettura degli elementi non verbali come la posizione reciproca dei corpi, la postura, la mimica facciale e tutti gli elementi che denotano un’emozione.

L’operatore non suggerisce né insiste, ma accompagna il cliente nel sentire e nel collocare sé stesso, tanto nel ricordo quanto nel momento presente, in un lavoro di ipotesi, di connessione di eventi, di ricostruzione della storia, di esplorazione di possibilità future.

Nel lavoro con la coppia o con la famiglia la riflessione si centrerà sulle specifiche dinamiche di relazione, sulla ricerca dei punti di connessione e divergenza, su ciò che unisce/divide nell’analisi di una medesima immagine o tema.

Soprattutto quando l’applicazione avviene fuori da un contesto terapeutico, particolare attenzione viene posta alla sensibilità della persona: non si affrontano argomenti o eventi che la persona non vuole o non sia pronta a toccare, nel rispetto della privacy e dei tempi di elaborazione individuali.

 

 

Gli Obiettivi

  • Acquisire consapevolezza circa aspetti del Sé e delle proprie modalità di relazione
  • Acquisire consapevolezza rispetto ad eventi della propria storia personale trigenerazionale
  • Collocare le proprie scelte nel ciclo di vita della coppia e famiglia
  • Individuare risorse e vincoli che hanno facilitato o ostacolato il cambiamento
  • Individuare elementi che hanno generato la crisi di un rapporto
  • Fare chiarezza sui propri bisogni, comprendere i bisogni altrui
  • Facilitarne la comunicazione, sia come espressione che come ascolto
  • Individuare soluzioni o alternative per la risoluzione di un conflitto
  • Compiere movimenti verso l’acquisizione di controllo e potere decisionale
  • Attuare un cambiamento di prova

Le fototerapia relazionale sarà applicata durante il soggiorno esperienziale La Manutenzione degli Affetti, in programma dal 3 al 6 settembre 2015.

Laura Auricchio – 12 giugno 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

Riferimenti

  • de Bernart  R. (1987). L’immagine della famiglia. Terapia Familiare, Notizie: 6: 3-4.
  • de Bernart R. (2013). The photographic genogram and family therapy. In Loewenthal D. editor, Phototherapy and therapeutic photography in a digital age.  New York: Routledge
  • Ravenna A.R., Iacoella S. (2006). Il genogramma fotografico. INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia, 7: 18-27.
  • Weiser, J. “Photography as a verb” in “The BC photographer”, 1975.
  • Weiser, J. (2004) nel “”PhotoTherapy techniques in counseling and therapy: Using ordinary snapshots and photo-interactions to help clients heal their lives” Canadian Art Therapy Association Journal”  17:2, pages 23-53
  • Vacheret, C. “Photo, groupe et soin psychique” Presses Universitaires de Lyon, Lione 2000

*

La tecnica delle sculture familiari come rappresentazione della storia individuale

mamma figliaStrumento terapeutico da utilizzare con coppie e famiglie, le sculture familiari furono introdotte dalla psicoterapeuta sistemico-relazionale Virginia Satir nel 1972.

Questa tecnica innovativa permette di utilizzare il tempo e lo spazio attraverso modalità analogiche, metaforiche, non-verbali: consistono in una rappresentazione della coppia o famiglia, in cui si invitano i membri a riprodurre le abituali modalità di interazione reciproca.

Si crea così un’esperienza emozionale intensa che favorisce la capacità di sentire, di dire, di ascoltare e di essere ascoltati elevando la stima di sé e avviando una trasformazione nel sistema.

L’uso di un linguaggio analogico e metaforico si inscrive all’interno di un processo creativo in cui il terapeuta e la coppia partecipano insieme. L’uso di questo registro espressivo e comunicativo, saltando la mediazione e i vincoli della logica razionale, tocca i livelli emotivi più profondi e inconsapevoli. Mobilita la specificità dei vissuti dei singoli, ma è anche aperto ad una polivalenza di significati e quindi stimola una elaborazione creativa da parte del paziente, della famiglia e del terapeuta.

In tal senso la scultura è una forma di rappresentazione catartica che consente l’emergere di emozioni, vissuti e contenuti affettivi altrimenti inesprimibili. Infatti ciò che viene simbolizzato sono le reciproche relazioni emotive.

COME FUNZIONA

Si chiede ai membri di una famiglia o di una coppia di dare una rappresentazione visiva e spaziale della propria immagine attraverso la disposizione dei corpi nello spazio, l’atteggiarsi delle fisionomie e posture, il gioco delle vicinanze e delle distanze, la direzione degli sguardi.

Una volta che la scultura è stata realizzata e fissata nello spazio per un certo tempo, può essere seguita da un commento dei singoli membri sui propri vissuti.

Nella scultura si può anche introdurre il movimento per enfatizzare certe sequenze di interazione. Si lascia che la drammatizzazione si sviluppi, fino a che emozioni e parole emergono, insieme ai vissuti personali di ciascuno.

Si costruisce così uno scenario estremamente creativo, in cui il terapeuta può decidere di intervenire nello spazio per interrompere interazioni sterili e improduttive e facilitare emozioni e risposte più positive.

Si possono utilizzare anche le SCULTURE DEL TEMPO (Onnis e coll., 1994) in cui si propone ad ogni membro della coppia/famiglia la rappresentazione del sistema familiare in tre fasi specifiche del ciclo evolutivo: il presente, il passato e il futuro. Una tecnica che si basa sulle Ricostruzioni familiari.

  • La scultura della memoria si riferisce ad un periodo in cui si sono svolte vicende significative per il paziente e che hanno un grosso ruolo nel caratterizzare le situazioni attuali.
  • La scultura del presente rappresenta uno spaccato del momento attuale.
  • La scultura del futuro proietta la famiglia/coppia dopo un arco temporale di qualche anno.

L’intento è quello di esplorare e re-introdurre la dimensione del tempo in un sistema che sembra averla perduta, bloccando le potenzialità evolutive della famiglia.

 

OBIETTIVI

Virginia Satir diceva che bisogna vedere situazioni vecchie con occhi nuovi come se si indossassero altri occhiali.

Lo scopo naturalmente è quello di innescare un cambiamento all’interno di un processo che parte dalle emozioni e da tutto quel non detto che fortemente incide nel quotidiano.

La Satir continua dicendo che bisogna aiutare i pazienti a vedere, ascoltare, sentire di più, le loro risorse personali e interpersonali. Solo così possono emergere e arrivare a trovare le proprie soluzioni.

dott.ssa M. Giusy Rosamondo – Psicoterapeuta (email rosamondo@gmail.com ) – 12 giugno 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

*

Social Dreaming: l’innovativa tecnica inglese per la clinica e la formazione

crescita


Il Social Dreaming è una tecnica di lavoro di gruppo che valorizza il contributo che i sogni possono offrire alla comprensione non tanto del mondo interno dei sognatori, ma della realtà sociale ed istituzionale in cui vivono. Introdotta negli anni ’80 da Gordon Lawrence della Tavistock Institute, ha come caratteristica di

  • consentire un rapido accesso all’inconscio e al pensiero subliminale del sistema dei partecipanti
  • essere semplice da apprendere e applicare
  • portare a scoperte inattese
  • favorire la capacità di tollerare il non sapere, per poter realmente accedere a pensieri nuovi

Come funziona?

Dal punto di vista pratico si sviluppa in una serie di incontri di gruppo – fino a 5 – della durata di un’ora e mezza, coordinati da uno o più conduttori.

Il setting circolare che i gruppi compongono, non è governato al centro dal conduttore ma lasciato vuoto e libero per ospitare idealmente le immagini e i vissuti, consentendo di far sviluppare e comporre la cosiddetta matrice di Social Dreaming, ovvero, secondo la definizione dello stesso Lawrence, “il luogo da cui nasce qualcosa”.

La matrice si apre con l’invito ai partecipanti a rendere disponibile un sogno, a raccontarlo, partendo dal presupposto che non sarà considerato nella sua dimensione personale, come una traccia del vissuto privato del parlante, ma come innesco associativo messo a disposizione del gruppo. Tutto per tirar fuori, attraverso la tecnica delle libere associazioni, fantasmi, fantasie e vissuti conosciuti ma non pensati, che derivano e si connettono alla realtà esperienziale condivisa con gli altri a livello sociale e nelle organizzazioni.

L’apporto del Social Dreaming va nella direzione di una analisi delle persone nella loro interezza, del loro tessuto di fantasticherie, percezioni inconsce e socializzazioni inconsapevoli; viene utilizzato in ottica terapeutica su coppie e famiglie secondo modelli sistemico-relazionali.

Adottare delle esperienze di Social Dreaming oggi, in contesti culturali in cui i fantasmi ci fanno sentire sui due lati di un ponte, a un margine del quale è la flessibilità e all’altro l’incertezza, in contesti sui quali pesano i coni d’ombra che le tracce del dolore sociale posano sui vissuti sociali e organizzativi, può voler dire dotare la consulenza di strumenti capaci di porre le giuste domande per analizzare anche i versanti non detti e non pensati.

Sogni o film?

Spesso il Social Dreaming è introdotto attraverso un film: non essendo creato ma solo osservato dal soggetto è più facile da ricordare, raccontare e commentare nel gruppo perché suscita minori resistenze. I film rappresentano una triangolazione opportuna consentendo di appoggiarsi su un oggetto mediatico, culturale e socialmente condiviso, evitando così un’esposizione diretta, drammatica e paralizzante dell’imago personale vissuta. L’immagine riflessa non è infatti identica a quella diretta, ma presenta delle inversioni che la modificano. Il medium cinematografico può fare da filtro e risolvere le angosce e le fantasie inconsce. La scelta del film risulta importante: necessario che si colleghi al tema che si vuole trattare.

L’esperienza del Social Dreaming sarà proposta da Istituto HFC durante La Manutenzione degli Affetti, l’innovativo soggiorno per coppie in crisi in programma a settembre 2015.

Edith Mincuzzi – 8 giugno 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

*

Obbligo di ECM: psicologi pronti al boicottaggio


obbligo_ecmLa notizia si sta diffondendo rapidamente, tra incredulità e amarezza: l’Ordine nazionale degli Psicologi sarebbe pronto a recepire l’obbligo alla formazione continua, proponendo però per i propri iscritti gli ECM, crediti per la formazione sanitaria.

 

LE DICHIARAZIONI

Il presidente del CNOP Giardina afferma:

in futuro tutti gli psicologi necessiteranno di crediti ECM: si resta in attesa della validazione del regolamento da parte del ministero della salute

 

L’INCOERENZA

Fin dal primo anno dell’Università ci insegnano a non confondere o mimetizzare la nostra professione con quella medica.
Tanto che gli ECM sono obbligatori solo per gli psicologi che lavorano nella sanità pubblica (maggiori informazioni).
Per la nostra professione si stavano giustamente progettando dei crediti FCP – Formazione Continua in Psicologia – con attività coerenti con la nostre professione: crediti sarebbero arrivati non solo grazie ai corsi, ma anche con attività come supervisioni, stesura di articoli.

GLI SVANTAGGI

Le procedure di accreditamento ECM attraverso il Ministero della Sanità sono particolarmente macchinose, oltre che care. Con gli ECM

  1. Demanderemmo le nostre esigenze di formazione continua a docenti di altra area professionale
  2. La formazione accreditata risulterebbe pressoché insostenibile per molti colleghi, a cominciare da quelli più giovani alle prese con le maggiori difficoltà occupazionali

Per maggiori informazioni leggi anche l’articolo del vicepresidente dell’ENPAP Federico Zanon

CUI PRODEST?

E’ facile capire a che gioco giochiamo. In una recente newsletter dell’Ordine nazionale l’anonimo redattore afferma:

Sono più le opportunità che si aprono dei problemi che si presentano.

Castroneria. La tecnica della ristrutturazione in positivo la comprendiamo e usiamo anche noi, quando si tratta di percezioni.
Qui ci sono di mezzo gli interessi economici: è evidente la volontà di aiutare i gruppi più forti, in grado di maneggiare con facilità gli ECM; gli stessi che già muovono la formazione psicoterapeutica in Italia. Bruciando i nuovi soggetti e l’affermazione di iniziative e progetti innovativi. La direzione sembra quella presa dalla società italiana, che dopo la democratizzazione degli anni ’60 ha visto crescere inesorabilmente le disuguaglianze sociali. L’obiettivo sembra quello di potenziare una élite professionale che gestisca in regime di monopolio la formazione.

Inoltre si potrà affermare un modello di salute nuovo, diverso dal paradigma “diagnosi – cura”.

La supercazzola continua. Gli ECM porteranno all’affermazione perentoria del paradigma “diagnosi-cura”.

IL BOICOTTAGGIO

Da una rassegna di conversazioni con i colleghi dal vivo e in rete – un sondaggio informale, senza alcuna pretesa statistica – più della metà degli interpellati si è detta pronta a boicottare gli ECM. “Che faranno? Ci cancelleranno tutti?” l’idea più ricorrente.
“Ci trattano come consumatori, vedremo se vorranno fare a meno dei nostri 160 euro annuali. Siamo 90 mila!”
Vi invitiamo a dire la vostra e commentare, e al tempo stesso sollecitiamo chi si occupa di politica professionale a non sottovalutare il malcontento generale che cresce tra i colleghi.

*

Nicola Boccola – 22 maggio 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

*

Divorzio breve, assegno annullato, patti prematrimoniali: cosa cambia nella relazione tra coniugi

i love you -seenChi ama non teme il divorzio. E’ il caso di richiamare questa citazione di Nilde Iotti di fronte alle importanti novità nel diritto di famiglia, definite da alcuni organi di stampa cattolici addirittura “traguardi incivili”. Meglio rimanere incatenati a un matrimonio conflittuale, causa di danno e pregiudizio per i minori coinvolti, o facilitare soluzioni che possono rappresentare una rinascita nelle persone coinvolte? Esaminiamo nel dettaglio le implicazioni delle ultime novità.

Divorzio breve
L’Italia, grazie al voto alla Camera nel quale si è registrato un forte consenso (398 sì, 28 no e 6 astenuti) ha il suo divorzio breve. Saranno ora necessari solo sei mesi per ottenere il divorzio, se consensuale, o un anno in caso di ricorso in giudizio: la legge si applica anche ai procedimenti in corso. La legge eviterà quelle viae crucis giudiziarie a cui si dovevano sottoporre quasi punitivamente i coniugi separandi, ed eviterà il ricorso all’incredibile fenomeno del turismo divorzile, allineando il nostro paese agli standard europei. Tutto in direzione del “giusto processo“, espressione paradossale che però racchiude tutti i tristi primati del nostro litigioso paese sulla lunghezza dei procedimenti.

Assegno di mantenimento annullato per convivenze successive
La convivenza more uxorio fa venir meno il diritto all’assegno divorzile solo se sia stabile e duratura, e dunque dia luogo a una vera e propria famiglia di fatto, eventualmente accompagnata dalla nascita di figli. E’ stato stabilito con la sentenza 18959 del 2013, a cui si è aggiunta la 6855 del 6 aprile scorso che stabilisce l’irrevocabilità del decadimento. Non è ancora una equiparazione della famiglia di fatto a quella vincolata dal matrimonio – sarà sempre necessario un accertamento giudiziale di merito, caso per caso. Le sentenze riallineano la giurisprudenza alla società, alla vita reale: succede ad esempio che alcuni coniugi divorziati non procedano alle nuove nozze per non perdere i vantaggi economici del mantenimento. Una mia personale considerazione è che la sfera della separazione è l’unica in cui le donne sono maggiormente tutelate rispetto agli uomini: tutti conosciamo situazioni in cui il marito separato è trascinato quasi alla rovina dalle conseguenze della separazione. Questi rapporti potranno ora essere meglio gestiti.

Patti prematrimoniali
Apertura agli accordi di natura patrimoniale prima del matrimonio: è la proposta di legge appena presentata dai deputati Alessia Morani (PD) e Luca D’Alessandro (FI), già promotori della legge sul divorzio breve. I patti, noti al pubblico per le star americane che ne hanno fatto ricorso (Micheal Douglas/Catherine Zeta-Jones o Madonna/Guy Ritchie), impongono una chiarezza e una trasparenza che sono i segreti di una relazione sana.

Riteniamo a questo punto doverosa una maggiore attenzione all’istituto della mediazione familiare, uno strumento sulla cui efficacia c’è evidenza scientifica che può far risparmiare sofferenze, tempo e anche denaro ai coniugi coinvolti. Vorremmo che i giudici possano prescrivere la mediazione a professionisti qualificati, afferenti alle associazioni riconosciute come l’AIMeF. Vorremmo chiarezza sugli aspetti economici correlati – la mediazione è un servizio e va pagata. E vorremmo una maggiore informazione sul tema, oltre a quella che tra mille difficoltà portiamo avanti noi, che nel 2015 dobbiamo ancora definirci pioneri.

Nicola Boccola – 27 aprile 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

*

La psicologia dei social network. Perché condividiamo? Che tipo di social sharer sei?

social_sharing_timeYoutube ha appena compiuto dieci anni: il 14 febbraio 2005 venivano registrati marchio, logo e dominio del portale di condivisione video più popolare del pianeta. L’idea, narrano le cronache, nasce durante una festa del gennaio di quell’anno, o meglio subito dopo: 3 amici vogliono condividere su Internet foto e video del party. No problem per le immagini; niente da fare per i video. Uno dei siti più popolari del mondo avrebbe dunque origine da questa frustrazione.

Youtube, insieme alla pletora di social network nati negli stessi anni come Facebook, Twitter, Linkedin, Instagram (per citare solo i più conosciuti) e a nonna email, concepita già nel 1971, ha rappresentato una vera rivoluzione nelle modalità comunicative umane. Significativa la copertina del numero speciale di Time per l’anno 2006: la persona dell’anno era “You” – tu, voi. Noi.
Noi che da quel momento potevamo avere il controllo dell’informazioni in entrata e in uscita con un semplice click, rendendo incredibilmente più efficace e veloce un’attività – la condivisione di notizie ed emozioni ai membri del proprio gruppo – che pratichiamo fin dai tempi delle caverne. Quanto questo controllo sia reale e quanto il processo sia benigno è tutto da verificare: nuovi rischi ci si parano, da un controllo orwelliano del nostro flusso comunicativo a scopi commerciali (uno scenario tutt’altro che fantascientifico è quello delle pubblicità ad personam non solo sul web ma anche per strada, attivate dai nostri smartphone) all’eccessiva quantità di informazione disponibile, che dobbiamo imparare a selezionare criticamente.

Ma non è questo di cui si vuole parlare. Prendendo spunto da una ricerca pubblicata dal New York Times, unica nel suo genere, le domande che qui ci poniamo sono due:

  • Quali sono le motivazioni alla condivisione di contenuti online, a volte così potente da configurarsi come dipendenza
  • Quante tipologie di social sharer esistono?

Rispetto al primo punto possiamo ancora una volta affermare che la condivisione non è affatto nuova: fa parte della natura umana. Maslow creò nel 1954 la piramide dei bisogni, suddivisa in cinque differenti livelli: dai più elementari (necessari alla sopravvivenza dell’individuo) ai più complessi (di carattere sociale). piramide_bisogni_maslowL’individuo si realizza passando per i vari stadi, i quali devono essere soddisfatti in modo progressivo. Al livello più alto troviamo i bisogni di realizzazione di sé (realizzando la propria identità e le proprie aspettative e occupando una posizione soddisfacente nel gruppo sociale): vediamo ora come vengono soddisfatti attraverso le attività sociali online. Cos’è cambiato quindi nell’era della condivisione? Semplicemente condividiamo più contenuti, con più persone, utilizzando più fonti, più spesso e più velocemente. È interessante come il 73% degli intervistati ritiene che i contenuti condivisi attraverso i social siano da loro analizzati molto più in profondità, e l’85% sottolinea che i commenti ai contenuti postati favoriscono una loro migliore comprensione dell’argomento trattato. E qui entriamo nell’alveo delle motivazioni alla condivisione: ne possiamo riconoscere almeno cinque.

1 – Per offrire contenuti preziosi e divertenti per gli altri

Il 49% degli intervistati afferma che la condivisione può favorire un cambiamento delle opinioni o un passaggio all’azione, mentre la quasi totalità (94%) ritiene che l’informazione postata sarà interessante per i propri contatti

2 – Per definire la nostra identità rispetto agli altri

Il 68% degli intervistati afferma di condividere per offrire agli altri una migliore comprensione di chi sono e di cosa si preoccupano

3 – Per nutrire le nostre relazioni

Il 78% degli intervistati afferma di condividere online per rimanere in contatto con persone con le quali si perderebbero i rapporti, mentre il 73% lo fa per rinforzare i legamin con chi condivide le proprie scelte e opinioni.

4 – Per autorealizzarsi

Il 69% si sente maggiormente coinvolto nel mondo postando contenuti

5 – Per dare la propria opinione rispetto a cause o controversie

Lo afferma l’84% degli intervistati.

*

Il New York Times individua poi sei categorie di social sharers, sulla base delle diverse motivazioni per la condivisione, della presentazione di sé che si desidera offrire, del peso che ha la condivisione nella vita reale e del valore dato ad essere il primo a postare una informazione.

uomo manichino1 – L’altruista

Chi ad esempio invia un’email con un articolo su una patologia ad un amico che ne è affetto. Gli altruisti si possono descrivere come collaborativi, affidabili, premurosi; tendono a utilizzare molto l’email.

 

 

soldi2 – L’arrivista

Chi condivide prettamente contenuti collegati al proprio business, che in qualche modo possano favorirlo. Gli arrivisti sono perspicaci e privilegiano il lavoro di rete; utilizzano molto Linkedin.

 

 

money for weed3 – L’hipster

Chi ritiene che condividere faccia parte della propria identità. Gli hipster sono taglianti, creativi, giovani e popolari; utilizzano moltissimo tutti i social network tranne l’email, sfruttata molto meno della media

 

 


uomo drago4 – Il provocatore

Chi vuole essere controverso e provocativo, ritenendo di aver sbagliato qualcosa solo quando non c’è nessuno che si lamenti. I provocatori sono esplosivi e si ritengono investititi di potere; tendono a utilizzare Twitter e Facebook

 

 

thumbs-up5 – Il connector

Chi ad esempio scova un’offerta in rete e ne approfitta per girarla agli amici perché possano goderne tutti insieme. I connector sono creativi, rilassati, abili pianificatori; tendono a utilizzare Facebook e l’email.

 

 

carver6 – Il selettivo

Chi decide di condividere qualcosa solamente con chi può essere interessato, per non importunare gli altri. I selettivi sono pieni di risorse, attenti, profondi e informati; tendono a utilizzare l’email.

 

 

E tu, a quale categoria appartieni?

 

Nicola Boccola – 25 marzo 2015

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

 

*

Novità per Psicologi Giuridici: sportello gratuito Ordine, borse di studio CNOP, manuale strumenti operativi

solitudineLa Psicologia Giuridica è in fermento: mai come in questo periodo gli operatori avvertono la necessità di non essere più monadi isolate e agire in comunione di intenti, riconoscendosi come portatori di una competenza preziosa ma sottovalutata. In questo post sono state segnalate le prime iniziative del Gruppo di lavoro in psicologia forense dell’Ordine del Lazio, che sta meritoriamente affrontando le sfide attuali in un clima di grande collaborazione; da un mese a questa parte ci sono già novità e aggiornamenti.

In particolare a gennaio sarà avviato presso l’Ordine degli Psicologi del Lazio uno sportello gratuito offerto ai colleghi che già lavorano nell’ambito della psicologia giuridica o che intendono avvicinarvisi, per mettere a disposizione dei colleghi più giovani l’esperienza dei più esperti in riferimento alle questioni pratiche intervenienti nelle loro consulenze.
L’obiettivo, oltre quello di supportare i colleghi meno esperti nell’avviamento delle loro attività, è quello di costruire una learning community che porterebbe diversi vantaggi per la nostra professione:

  • maggiore integrazione tra i colleghi e promozione di un atteggiamento comune, di maggiore indipendenza, nei confronti della committenza in sede forense-giudiziario
  • sostegno allo start-up dei giovani colleghi e più in generale all’attività dei colleghi meno esperti
  • riattivazione del turn-over (in questo momento è in corso un monitoraggio dei CTU nei tribunali del Lazio)
  • riduzione del contenzioso tra colleghi

Novità esaltate dalla nuova veste grafica del sito dell’Ordine che offre ora una navigazione smooth, insieme a blog tematici e all’apparizione di una selezione di frasi umoristiche sul nostro lavoro (da quella di Woody Allen “Non sarai mai solo con la schizofrenia” ad Alessandro Bergonzoni con “Cosa direbbe Freud se fosse ancora vivo? Beh!… Come sono ben longevo!”). A ricordare di non prenderci troppo sul serio.

*

Interesseranno non solo agli psicologi giuridici le 60 borse di studio da 5mila euro che il consiglio nazionale dell’Ordine ha messo a disposizione allo scopo di attivare progetti innovativi di intervento psicologico con utilità sociale, rivolto a problematiche emergenti. I requisiti di accesso alle borse di studio sono: iscrizione all’Albo degli Psicologi; godimento dei diritti civili e politici; adeguata conoscenza della lingua italiana. Le domande devono essere presentate entro il 27 febbraio 2015; per maggiori informazioni clicca qui.

*

Ridurre lo scollamento tra teoria e pratica in psicologia giuridica:è l’obiettivo che si pone un nuovo interessante manualeStrumenti operativi per ctu e periti in ambito psicoforense – Linee guida, approfondimenti e prassi vigenti (Maggioli Editore, novembre 2014 – con Cd Rom, pagine 556). Il volume infatti presenta un Cd Rom in grado di dirimere i principali dubbi metodologici dei consulenti più o meno navigati: esempi di consulenza, applicazione delle linee guida e una cartina dell’Italia con cui navigare attraverso le specificità regionali. Oltre a questo si segnala una meritoria attenzione verso quegli ambiti ancora poco battuti dai colleghi per via della concorrenza di altre figure professionali o di una generale scarsa informazione degli operatori: il diritto canonico con la perizia per nullità del matrimonio cattolico; la consulenza tecnica per la richiesta di riattribuzione chirurgica di genere; la mediazione familiare, tema caro a noi di Istituto HFC; una speciale attenzione dedicata ai metodi di osservazione diretta e valutazione delle relazioni familiari attraverso l’utilizzo di procedure standardizzate.

Nicola Boccola – 27 dicembre 2014

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

Divorzio: quando il Vaticano è più progressista della Sinistra italiana

Padre Annibale (Steve Peixotto)E’ quello che ho pensato e che provocatoriamente riporto in questo spazio, al ritorno dalla presentazione romana di Amore e sesso ai tempi di papa Francesco. Un saggio ipercontemporaneo che narra delle faide vaticane a partire dall’ultimo conclave – quello che ha visto vincitore il papa “che viene dalla fine del mondo”, che si è preso il nome del santo che si è liberato delle sue ricchezze e ancora si presenta come vescovo di Roma – fino al sinodo straordinario sulla famiglia del mese scorso. Quasi un instant-book, ma con una tale cura dei contenuti da sembrare frutto di un lavoro decennale; merito dell’autore Ignazio Ingrao, vaticanista di Panorama.

Elogio di forma ma anche di contenuto: Ingrao fin da subito sottolinea come Bergoglio abbia sempre diviso nella sua carriera ecclesiastica (coerentemente al Vangelo: “Pensate che io sia venuto a portar pace sulla terra? No vi dico, ma la divisione”, dice Gesù ai suoi discepoli), e lo stesso ha fatto una volta eletto, investendo inaspettatamente le sue energie sul tema della famiglia sulla scia del più cauto Ratzinger. Un interesse che viene dal basso, dalla condizione reale delle famiglie e dei credenti per così dire non allineati: gli omosessuali, a cui rivolge un pensiero sorprendente (“chi sono io per giudicarli?”), i divorziati e le coppie di fatto. Il nodo è quello dell’apertura alla comunione per i divorziati risposati: Bergoglio raccomanda di non avere paura delle novità e si impegna con gesti straordinari – un sondaggio da opinione e la pubblicazione integrale dell’intero documento finale del sinodo – a portare avanti le sue aperture verso chi è portatore di una storia di sofferenza e vorrebbe trovare consolazione nella fede. Al netto delle barricate dei porporati più tradizionalisti.

Cosa accade invece al di là del Tevere? L’atteso decreto sul divorzio breve è ormai convertito in legge tra mille stravolgimenti: il solito papocchio all’italiana. La mediazione familiare è uno strumento di pace che sta facendo le fortune dei separati d’Europa, che hanno la possibilità di confrontarsi e prendersi le responsabilità su ciò che davvero conta nel momento della separazione, in primis i figli. Dalle nostre parti è come la bella di Torriglia, tutti la vogliono e nessuno la piglia. La timidezza del legislatore la relega in uno spazio confuso, in cui ancora non si capisce quando, come e dove avviarla. Ma ancora peggio, è preciso nel lanciare la negoziazione assistita: un avvocato si può fare vigile urbano e notificare un accordo senza competenze sulla gestioni dei conflitti, col rischio – rilevato da molti – di avvallare accordi coercitivi. Col paradosso di affidare proprio agli avvocati l’informazione sulla possibilità di ricorrere alla mediazione familiare, strumento che vedono spesso come alternativo al proprio e di cui spesso non di rado hanno scarse nozioni. E se la mediazione obbligatoria era incostituzionale, cosa dire di uno strumento, la negoziazione assistita, che non tutela affatto l’autonomia del privato? Eppure i mediatori non sono alternativi agli avvocati (a mio avviso sono proprio loro i mediatori più bravi, quando acquisiscono le competenze sulla gestione dei conflitti), ma complementari. Il mediatore familiare deontologicamente impeccabile invia l’accordo raggiunto agli avvocati delle parti, perché finiscano loro il lavoro. E’ tutto, come dire, efficiente. Abbiamo appena inviato una donna nello spazio, riusciremo a inserire scienza e discernimento anche nel diritto di famiglia? I politici saranno capaci di ascoltare chi operando nella società civile registra una crescita tumultuosa di questo strumento rivoluzionario? La confusione non è progresso.

Nicola Boccola – 28 novembre 2014

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

Nota di autosupervisione – Non sono esperto di dottrina cattolica, né di politica, lo so. Chi come me ha una formazione scientifica – per quanto scienza soft – ha la tendenza a vergare lunghe premesse per arrivare a prolisse conclusioni. Questa volta ho voluto liberarmi della prosa scientifica e scrivere spinto dalle emozioni, più di quanto faccia solitamente in questa sede. L’argomento mi è a cuore.

Tirocini per CTU e altre novità per psicologi giuridici

psicologi giuridiciSi è tenuta ieri nella sede dell’Ordine degli Psicologi del Lazio la prima riunione del gruppo di lavoro in Psicologia Forense. L’occasione era quella di illustrare i primi provvedimenti del nuovo consiglio dell’Ordine in una materia in fermento e in rapida evoluzione, e di favorire una partecipazione orizzontale di chi opera sul campo. Un problem finding e un tentativo di problem solving, quindi. Questi i principali temi di cui si è trattato.

Denunce tra colleghi
La Commissione Deontologica, secondo il consulente legale dell’Ordine Antonello Cucino, è oberata di lavoro per ricorsi contro colleghi impegnati come CTU e CTP: una stima di 50 casi solo quest’anno. La ragione principale è considerata la scarsa preparazione dei colleghi sulle regole processuali. C’è di sicuro qualcos’altro: un appiattimento del ruolo dello psicologo consulente di parte che diventa in certi casi una sorta di mini avvocato, nella convinzione che si debba attaccare la controparte utilizzando ogni sistema. Il ruolo del CTP è delicato e potenzialmente scomodo: pur essendo partigiano rimane uno scienziato e dovrebbe contribuire alla costruzione di senso. Non tutti la intendono così; e le difficoltà economiche che attanagliano la nostra categoria non fanno che rinforzare le rivalità. Un homo homini lupus che, a dirla tutta, poco si concilia con la sofisticata sensibilità che dovrebbe essere propria degli esperti di emozioni e relazioni.

Differenza di compensi
Alcuni colleghi riportano l’enorme differenza che c’è tra i Tribunali o tra giudici dello stesso foro: anticipi d’oro e onorari adeguati in qualche caso, specie a Roma. Assenza di acconto, diniego di collaboratori in altri casi. E’ stato fatto presente come molti colleghi si siano cancellati dalle liste di CTU, non ritenendo conveniente ottenere un gravoso incarico da pubblico ufficiale per poche centinaia di euro. C’è chi parla di squalifica professionale da parte di alcuni giudici e chi di nebulosità del nostro ruolo professionale, dal momento che alcuni incarichi – valutazione del danno o mobbing, ad esempio – vengono spesso conferiti a medici legali. La proposta a breve termine è quella di rendere omogenei i compensi a livello nazionale.

Tirocini per CTU
Per ovviare alla scarsa preparazione di alcuni colleghi che operano del campo è in fase avanzata la proposta di un tirocinio annuale per aspiranti CTU, che nell’ipotesi attuale dovranno partecipare a tre perizie di colleghi esperti o in alternativa dimostrare di aver lavorato come consulente di parte in almeno dieci cause, per poter accedere alle liste. Rimane il problema dei criteri di selezione dei colleghi arruolati come tutor e di come verificare l’effettivo esercizio del tirocinio evitando attestazioni non veritiere. Oltre alla perplessità di regole proposte da un Ordine regionale, che varrebbero solo su un territorio: le proposte andrebbero avanzate a livello nazionale.

Linee guida Vs. Buone prassi
Le diverse linee guida in materia giuridica proposte dal precedente consiglio, in particolare quelle sulla valutazione del danno e sull’ascolto del minore, sono state aspramente criticate sul piano scientifico. Non mi esprimo su questo, ma senz’altro c’è da considerare l’inconciliabilità dei diversi protocolli in uso. Si è detto che da professionisti dobbiamo assumerci delle responsabilità, anche per le scelte di metodologia scientifica. Coerentemente a questo il gruppo di lavoro sta lavorando non a nuove, ennesime linee guida che rischiano di diventare un esercizio narcisistico o pro domo sua, ma a exempla di buone prassi. Chi scrive ha sollevato la necessità di ampliare la raccolta di buone prassi anche alla mediazione familiare, materia in cui gli psicologi si mostrano poco attenti tanto da aver lasciato campo libero alla coriacea categoria degli avvocati, particolarmente nella fibrillante fase della riforma del diritto di famiglia.

In conclusione non si può che lodare l’iniziativa del gruppo di lavoro, in grado di riunire ottime professionalità in un clima collaborativo e di attento ascolto delle esperienze di chi opera nel campo. La prossima riunione è prevista per il 13 dicembre, allorché si celebrerà il ventennale dell’Ordine: si invitano i colleghi a partecipare, tutti i gruppi di lavoro presenteranno i propri risultati e sarà quindi un’ottima occasione per aggiornarsi su quanto accade nella nostra professione; l’ingresso sarà libero.

Nicola Boccola – 11 novembre 2014

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter

Nota lessicale
Mi rendo conto di aver abusato del latinorum per la scrittura di questo pezzo. Naturale o inevitabile, quando si lambisce il diritto. Un buon italiano è imprescindibile, l’inglese sempre utile per offrire un atmosfera tecnica. Ma non abusiamone. Ricordo quando Jervis parodiava chi utilizzava i termini “elicitare”, orrenda trasposizione italiana del verbo di elicitation, “sucitare reazioni”; o chi invece di disturbo parla di “disordine”, riprendendo acriticamente la parola “disorder”. Nanni Moretti in una scena di Palombella rossa diceva che chi parla male pensa male e si comporta male, picchiando una giornalista. Ogni volta che viene pronunciata la parola webinar uno psicologo muore, scherzavo ieri con una collega: sarebbe bene per uno psicologo incontrare le persone, colleghi o utenti, su un piano di realtà o non attraverso il mezzo del computer, già in grado di acuire quell’alienazione o estremo individualismo che nella nostra pratica dovremmo fronteggiare.

Perché noi donne ci facciamo ingannare?

donne ingannateIn uno studio pubblicato quest’estate dalla rivista Organizational Behavior and Human Decision Processes, i ricercatori delle Università di Berkeley e Pennsylvania hanno esaminato il ruolo che il genere sessuale svolge nelle trattative ingannevoli: ne risulta che le donne vengono ingannate più frequentemente rispetto agli uomini. Non perché le donne siano peggiori negoziatrici rispetto agli uomini: uomini e donne si sentono molto più a loro agio a mentire a delle donne.

L’idea per lo studio arriva dall’esperienza professionale di Laura Kray, che nel corso degli ultimi 17 anni ha constatato come un ingente numero di studentesse MBA si era lamentata a causa delle menzogne ascoltate durante le simulazioni di trattativa nelle loro classi di business management. Insieme ai partner di ricerca Jessica Kennedy e Alex Van Zant, la Kray ha esaminato sistematicamente se le donne siano più propense degli uomini a essere raggirate durante vari tipi di trattativa. L’esperimento è stato condotto attraverso giochi di ruolo negoziali con 298 studenti MBA, per testare l’impatto dell’inganno sui risultati negoziali. Gli studenti potevano decidere, durante una simulazione di trattativa immobiliare, di dire la verità, travisare le informazioni o mentire circa le loro intenzioni al fine di indurre il negoziatore a chiudere un accordo. Risultato: le donne sono state bersagliate da bugie anche clamorose rispetto agli uomini, avviando così operazioni commerciali più sfavorevoli.

Questo tipo di inganno in realtà non avviene in tutti i negoziati, ma solo quelli in cui i mentitori pensano che potranno farla franca, o in cui le conseguenze delle menzogne non sarebbero disastrose ove scoperte. Ad esempio nei negoziati distributivi, dove il guadagno finanziario di una delle parti in una transazione viene dalla perdita diretta dell’altra:

  • Trattative per l’affitto
  • Trattative salariali
  • Acquisto di una macchina o di casa
  • Prenotazione di un hotel o un volo
  • Prenotazione di un auto a noleggio
  • Scelta di un piano di offerta di telefonia mobile
  • Riparazione dell’auto dal meccanico

Un aspetto significativo della ricerca è che le donne risultano mentire alle donne in percentuale simile a quanto facciano gli uomini: mentre il 24% degli uomini mentiva alle donne, ben il 17% di donne cercava di ingannare donne. Risultati più bassi quando si negoziava con gli uomini: in questo caso l’11% delle donne e solo il 3% degli uomini ricorreva all’inganno.

donne-ingannateAltri step della ricerca hanno mostrato come esista effettivamente uno stereotipo culturale per cui, almeno rispetto alla società statunitense in esame, le donne sono percepite come più facili da ingannare, e che il livello percepito di competenza negoziale dell’interlocutore influenza gli standard etici del venditore. Una possibile spiegazione offerta è quella per cui le donne sono considerate più comprensive e capaci di perdonare. “Le donne sono più sensibili nel non umiliare pubblicamente la persona per aver mentito”, ha commentato Glo Harris, manager di Fortune. “E’ più facile mentirci perché le conseguenze non saranno poi così gravi. Inoltre, quando si tratta di percezione di competenza, gli uomini sono più abili delle donne a fingere finché possono”. Ma cosa possiamo fare per cambiare queste evidenze? Secondo Grey “dobbiamo avvalerci di queste informazioni per costruire il nostro senso di potere e competenza. Dobbiamo esercitarci prima di andare al tavolo delle trattative, e avere le giuste linee guida per poter osservare e verificare le proposte dei nostri interlocutori”.

Eleanna D’Alessandro – 10 settembre 2014

Resta aggiornato: iscriviti alla nostra newsletter