La mediazione culturale in Italia: quadro normativo e ambiti di intervento

Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso l’Italia ha conosciuto un significativo incremento della popolazione straniera unitamente ad un aumento dei migranti come utenti dei servizi pubblici. In questo contesto nasce e si sviluppa il bisogno di comprendere e valorizzare le peculiarità della nuova società multiculturale cui seguono i primi interventi di mediazione: la figura del mediatore interculturale diventa essenziale per creare un “ponte” tra differenti comunità che si trovano a vivere nelle stesse circostanze culturali, politiche ed economiche.

Attualmente, oltre a rappresentare un elemento chiave nel settore pubblico, il mediatore culturale svolge funzioni fondamentali per tutte le organizzazioni presenti sul territorio italiano che si occupano delle emergenze (Croce Rossa, Protezione Civile, Caritas) e per le realtà che gestiscono l’accoglienza dei migranti. Tuttavia, le caratteristiche di questa figura professionale e il percorso formativo da intraprendere per ricoprirne il ruolo non sono ben definiti all’interno del quadro normativo nazionale. Esistono infatti leggi che menzionano solo frammentariamente i tratti essenziali del mediatore e dalle quali sono deducibili i suoi incarichi.

Tale frammentazione rispecchia il fatto che l’Italia, fin dalla sua nascita come stato unitario, aveva conosciuto soprattutto il fenomeno dell’emigrazione massiccia, ed è solo nel 1974 che, per la prima volta nella storia, il saldo tra partenze (emigrazione) e arrivi (immigrazione) si chiude in parità. Negli anni successivi il numero dei migranti che scelgono il nostro paese come punto di arrivo in Europa aumenta rendendo necessaria l’ideazione di politiche adeguate e nasce l’idea che la mediazione culturale sia un elemento essenziale per la costruzione di efficaci policy di inclusione riguardanti il sociale, la sanità, il mondo del lavoro, il sistema educativo, il capo della giustizia, dell’accoglienza e dell’ amministrazione. La mediazione si afferma quindi come comune denominatore di molti interventi politici volti all’integrazione e come strumento pensato per facilitare l’accesso ai servizi oppure l’inserimento sociale per i migranti.

 

Quadro normativo

  • La figura professionale del mediatore esiste nella sezione che regola i processi di integrazione dei migranti del nostro ordinamento, la legge n. 40 del 1998, la cosiddetta Turco-Napolitano, che afferma: “le istituzioni possono avvalersi di mediatori qualificati con permesso di soggiorno non inferiore a due anni”.
  • Nel campo dell’istruzione poi il Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286, garantisce ai migranti il diritto allo studio e stabilisce l’uso “dei criteri per il riconoscimento dei titoli di studio e degli studi effettuati nei paesi di provenienza ai fini dell’inserimento scolastico, nonché dei criteri e delle modalità di comunicazione con le famiglie degli alunni stranieri, anche con l’ausilio di mediatori culturali qualificati”.
  • Sul Decreto del Presidente della Repubblica n.394 dell’anno successivo, recante norme di attuazione, si legge: “Il collegio dei docenti formula proposte in ordine ai criteri e alle modalità per la comunicazione tra la scuola e le famiglie degli alunni stranieri. Ove necessario, anche attraverso intese con l’ente locale, l’istituzione scolastica si avvale dell’opera di mediatori culturali qualificati.” E ancora, sono presenti riferimenti relativi alla mediazione culturale di stampo formativo nella circolare ministeriale n. 205 del 26 luglio 1990 “La scuola dell’obbligo e gli alunni stranieri. L’educazione interculturale”, pensata per rispondere alle necessità degli alunni stranieri e delle loro famiglie e per individuare strategie operative comuni in collaborazione con le agenzie educative presenti sul territorio per realizzare un’integrazione costruttiva.
  • Nel settore normativo sanitario la Legge n. 7 del 2006 art. 7 contiene le linee guida rivolte alle figure professionali sanitarie e a tutti coloro che svolgono la loro attività lavorativa a contatto con migranti provenienti da paesi dove sono effettuate le pratiche di mutilazione genitale femminile per realizzare opere di prevenzione, assistenza e riabilitazione delle donne e delle bambine che sono già state sottoposte a tali pratiche.

In mancanza di una normativa nazionale omogenea le Regioni italiane e gli Enti locali hanno spesso organizzato iniziative volte a circoscrivere il ruolo professionale e il curriculum formativo del mediatore ispirandosi ai punti definiti dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel) che, nel documento finale del 2000, ha proposto degli standard sia per il percorso formativo che per l’attività lavorativa del mediatore, orientando molteplici deliberazioni ufficiali in merito. In più, lo stesso Consiglio ribadisce, in linea con gli elementi presenti nelle norme nazionali, che “la mediazione culturale è una dimensione di tutte le politiche di integrazione, dall’accesso ai servizi, all’inserimento lavorativo, alla promozione d’impresa, in particolare cooperativa e alle prestazioni sociali ed è quindi da valorizzare nei diversi contesti”.

La figura del mediatore è quindi contemplata in tutti i contesti che hanno normative relative alla gestione dei fenomeni migratori. Esistono infatti leggi regionali, protocolli di intesa e linee guida che trattando dell’immigrazione si riferiscono a vario titolo alla figura del mediatore. Tuttavia solo alcune Regioni definiscono la figura con una delibera in cui vengono specificati il ruolo, la formazione, la professionalità, le competenze, le modalità e gli ambiti di intervento. La regione italiana che per prima traccia in modo chiaro il profilo professionale del mediatore è la Toscana nel 1997, seguita  tra il 2000 e il 2006 dall’ Abruzzo, dalla Campania, dall’Emilia Romagna, dal Friuli Venezia Giulia, dal Lazio, dalla Liguria, dal Piemonte, dalla Provincia Autonoma di Bolzano e dalla Valle d’Aosta.

Per quanto riguarda l’istruzione dei mediatori le Regioni si sono mosse attivando corsi di formazione basati sulle specifiche esigenze territoriali. Tuttavia i percorsi formativi sono accomunati da una definizione molto simile delle caratteristiche che contraddistinguono il professionista e le sue abilità: si tratta di un operatore che funge da cerniera tra i migranti e il contesto territoriale e sociale in cui vivono; le sue competenze fondamentali sono l’analisi dei bisogni e delle risorse dell’utente e l’analisi del contesto di intervento.

Egli attiva:

  • iniziative di intermediazione linguistica
  • facilitazione delle interazioni che intercorrono tra gli attori protagonisti dell’intervento (immigrati/operatori/servizi/istituzioni)
  • realizza percorsi individuali di sostegno per i migranti

Il mediatore ha quindi la responsabilità di progettare per il nuovo arrivato strumenti di integrazione culturale che valorizzino le sue risorse rendendole spendibili all’interno del nuovo contesto di vita.

 

Ambiti di intervento

Il ruolo del mediatore culturale in Italia non è dunque definito in modo univoco, ma assume le proprietà ritenute di volta in volta più adeguate al contesto di intervento: può operare all’interno di molteplici realtà organizzative e a contatto con un’utenza molto diversificata.

Ad esempio, la presenza del mediatore culturale è essenziale in ogni ordine e grado di scuola dove si trovano studenti stranieri appena arrivati oppure o di seconda generazione ed è riscontrabile all’interno degli ospedali, nei consultori e nei servizi sociosanitari, realtà in cui può avere la responsabilità di identificare i casi di tratta e, contestualmente, le situazioni di sfruttamento della prostituzione e di riduzione in schiavitù.

Nel campo della giustizia il suo impiego è rilevante in tutte le circostanze in cui i soggetti devono essere informati dei propri diritti e dei propri doveri. In particolare, apporta un efficace contributo all’interno degli istituti penitenziari, dove comunica ai detenuti le regole della struttura e i programmi di riabilitazione che li riguardano. Interviene, inoltre, per risolvere gli eventuali conflitti fra detenuti immigrati e personale carcerario e fra i reclusi di etnie, culture e religioni differenti. Infine, nel mondo dell’accoglienza i mediatori si impegnano a rendere fruibili i servizi messi a disposizione dai centri, informano gli ospiti sulle regole della struttura ospitante e sui loro diritti e li accompagnano all’esterno quando è necessario. In queste realtà ai mediatori è richiesta una professionalità di altissimo livello, nonché un alto livello e di resistenza psico-fisica.

Conclusioni

Alla luce della molteplice valenza della figura del mediatore e della sua utilità nei più disparati ambiti organizzativi, sarebbe auspicabile che le istituzioni prendessero coscienza dell’importanza di una simile risorsa e che si impegnassero a tracciarne il profilo senza irrigidirlo e a investire risorse per promuovere le attività di mediazione, strumento fondamentale per comprendere e valorizzare la multietnicità e la multiculturalità della società italiana odierna.

Autrice: dott.ssa Angela Mauro – email: angymauro15@gmail.com


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La tecnica della De-Escalation per la gestione dei conflitti

 

Esistono molteplici tecniche che permettono al professionista di affrontare una emergenza conflittuale con l’utente che si ha di fronte, e di creare un contesto idoneo al dialogo e alla risoluzione.

Parliamo della DE-ESCALATION, una serie di interventi basati sulla comunicazione verbale e non verbale che hanno l’obiettivo di diminuire l’intensità della tensione e dell’aggressività nella relazione interpersonale.

Quando ci si trova di fronte ad una persona aggressiva bisogna:

  • utilizzare toni pacati
  • utilizzare un linguaggio socio-culturale in linea con la persona
  • non sovrapporsi alle parole della persona
  • accertarsi di essersi fatti capire e capire
  • non utilizzare toni accusatori o paternalistici
  • non rispondere con toni aggressivi
  • offrire da bere e da mangiare
  • portarlo mentalmente in un’altra dimensione e “annoiarlo”
  • essere rispettoso della persona anche se si chiamano altre persone per essere aiutati
  • suggerire nuove possibilità e alternative
  • evitare espressioni come “no”, “è colpa tua”, “devi per forza fare questa cosa?”
  • essere comprensivi nelle parole: “io capisco, mi dispiace”, ma non nelle azioni: “non continuare a minacciare”
  • spostarlo mentalmente e fisicamente dal luogo dell’aggressione
  • non sorridere – potrebbe sentirsi preso in giro;
  • spogliarsi di elementi che comunicano aggressività od offesa
  • non assumere posizioni spavalde (es. puntare il dito)
  • mantenere sempre il contatto visivo
  • mantenere la distanza di sicurezza
  • mantenere il contatto emotivo (risonanza-uguaglianza emotiva. Es. se lui si alza, anche io mi alzo)
  • evitare qualsiasi contatto fisico, anche quando sembra che la situazione sia risolta

 

L’adozione della De-Escalation è un tentativo da prendere in considerazione quando non si è in presenza di elementi che possano ferire i soggetti presenti (martelli, coltelli, oggetti contundenti); in tal caso si dovrà pensare ad attuare un intervento mediato dalle Forze dell’Ordine e allontanarsi.

La persona che assume un atteggiamento aggressivo è un soggetto che non si sente compreso e attraverso il suo comportamento violento vuole esprimere questo disagio: il compito di ogni operatore è riconoscere queste particolari esigenze al fine di evitare episodi di rabbia incontrollata e comprendere il suo stato d’animo e le sue emozioni; parliamo in questo caso dell’utilizzo del Talk Down.

Cosa fare per migliorare il proprio approccio e garantire un valido sostegno alla persona con comportamento aggressivo?

Un buon punto di partenza per preparare il terreno è dato dai Giochi di Ruolo e dalle Attività Simulate nelle quali si recitano a turno la parte della persona aggressiva e la parte dell’operatore coinvolto in un intervento di De-Escalation.

Questi approcci andrebbero sempre diretti e controllati da un operatore più esperto che ne garantisca la supervisione e che possa fornire consigli su come comportarsi quando si è sotto stress e in un contesto caratterizzato da forte aggressività.

 

Autrice: Dott.ssa Margherita Coppolaro – margherita.coppolaro@hotmail.it


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La mediazione familiare per coppie omosessuali

La mediazione familiare viene utilizzata dalla comunità LGBT sin dal 1970, negli USA e in Australia, come unica alternativa alla soluzione dei conflitti per le coppie same-sex, in quanto non vi era (ancora) alcun riconoscimento legale delle unioni omosessuali; inoltre, le decisioni giudiziarie risultavano spesso omofobe perché influenzate da stereotipi e pregiudizi sul comportamento omosessuale, in particolar modo quando si è trattato di decidere in merito alla custodia dei minori. Insomma, quello che si riscontrava era una certa ostilità degli avvocati e dei giudici nei riguardi della comunità LGBT (Moscati, 2015).

La mediazione familiare, quindi, permetteva alle coppie same-sex di affrontare i propri conflitti in un contesto meno formale e meno costoso di una consulenza legale, ed allo stesso tempo veniva garantita loro una maggior tutela della privacy e protezione da qualsiasi forma di discriminazione.

Dagli anni ’70 ad oggi la situazione non sembra esser cambiata di molto se la paragoniamo all’Italia del 2017. Lo scenario è ampio e ricco di pareri diversi, ma ciò che conta è che anche le coppie omosessuali attualmente possono unirsi civilmente grazie alla legge n.76 del 20 maggio 2016.

Dunque, per quanto le si voglia ritenere diverse dalle coppie etero, le coppie LGBT avranno sempre una cosa in comune con tutte le altre: litigano, vivono momenti di crisi e, a volte, si separano.

E allora, come è diritto di una coppia etero ricorrere allo strumento della mediazione familiare[1], anche i partner same-sex possono chiedere l’intervento di un terzo che li accompagni verso il raggiungimento di un accordo e verso la soluzione dei loro conflitti, soprattutto se vi sono dei figli da tutelare cui garantire una genitorialità condivisa, ancor di più oggi che la loro unione è riconosciuta anche dal punto di vista giuridico.

Anche gli omosessuali litigano: perché?

Approfondendo la letteratura sul tema, si è potuto riscontrare come le controversie intra-familiari tra partner dello stesso sesso siano considerate controversie policentriche (Fuller, 1971) in quanto presentano molteplici aspetti. Tale policentrismo spesso dipende dalla varietà di strutture familiari che i partner dello stesso sesso creano come, ad esempio, la condivisione della genitorialità oltre i legami biologici.

Una controversia tra partner dello stesso sesso e / o tra genitori dello stesso sesso può derivare da una varietà di fonti, pertanto cambiamenti politici, giuridici, morali e culturali possono aver influenzato le relazioni e hanno avuto un impatto sulla soluzione delle controversie tra partner e genitori dello stesso sesso (Barsky, 2004).

A tal proposito, è da menzionare il progetto europeo Litigious Love[2](2014) coordinato dall’avvocata M. Moscati, che approfondiva il tema della mediazione familiare per le coppie LGBT. Il progetto mirava ad individuare la natura dei conflitti tra partner same-sex per poi raccogliere informazioni sull’utilizzo della mediazione familiare. Può sembrare strano, ma a quanto pare, non importa che colore abbia la coppia, dietro ad ogni crisi ruotano sempre (o quasi) gli stessi argomenti: dal disaccordo sulla gestione dei figli alle questioni economico-finanziare, dall’abuso di sostanze stupefacenti alle violenze domestiche, dalla difficoltà di uno dei partner a dichiarare il proprio orientamento sessuale (coming out) alle tensioni con le famiglie d’origine.

Più nello specifico, i dissidi tra i genitori same-sex spesso riguardano il modo in cui i figli sono stati concepiti e le diverse strutture familiari che sono venute a crearsi nel corso degli anni. Pensiamo alla difficoltà con cui può essere gestita una situazione in cui, biologicamente, vi sarà sempre un genitore che quel figlio l’ha fatto nascere (che sia una mamma che l’ha partorito o che sia un papà che ha donato il suo seme) e un genitore che genitore lo è diventato di riflesso. Questo non mette in discussione l’amore e l’affetto che entrambi daranno al proprio figlio, ma mette in evidenza come in una situazione di conflitto, quest’ aspetto emergerà andando a creare scompiglio e, soprattutto,  sofferenza sia nel genitore (biologico e non) sia nel figlio.

Il ruolo del mediatore

Imparzialità, empatia, riservatezza, equivicinanza, queste sono alcune tra le principali caratteristiche che deontologicamente distinguono la figura del mediatore. Sarebbe impensabile avviare un percorso di mediazione con un professionista che non rispetti questi principi cardine.

Il mediatore familiare ha il compito di accompagnare le parti in un percorso in cui ripristinare i canali comunicativi, aiutandoli a raggiungere un accordo comune al fine di riorganizzare al meglio la vita familiare con i propri figli, rispettando i bisogni e i diritti di ognuno.

Quando il mediatore si trova a gestire una coppia di partner dello stesso sesso, deve riconoscere e tenere ben presenti alcuni aspetti di differenziazione rispetto ad una coppia eterosessuale, per quanto deve essere assolutamente garantita parità di trattamento. In merito, significativo è il contributo di Barsky che pone l’accento sulla particolare attenzione con cui i mediatori dovrebbero affrontare specifiche questioni relative alle coppie dello stesso sesso (Basky, 2004), come ad esempio, la riluttanza ad avviare un percorso di mediazione da parte di un genitore biologico contro l’insistenza da parte del genitore non biologico a volervi ricorrere. Ciò accade sovente quando è solo il genitore biologico a vedere riconosciuti i propri diritti legali. Inoltre, Hertz sottolinea che, nel caso di coppie same-sex, per il mediatore deve essere molto chiaro il quadro giuridico di riferimento per le coppie omosessuali (Hertz, 2008) in quanto quando è il contesto ad essere messo in discussione, e non solo la relazione tra i partner, la mediazione risulta molto più difficile.

Ciò che conta, dunque, sembra essere la capacità del mediatore di entrare in empatia con la coppia – presupposto chiave per la figura del mediatore – avendo ben chiari sia le questioni legali che riguardano i partner same-sex, sia il contesto in cui sta lavorando, non tralasciando assolutamente gli aspetti emotivi di una coppia LGBT.

È importante per il mediatore ricostruire la storia della coppia, in modo da conoscere se vi sono stati matrimoni precedenti oppure se la loro unione è stata sigillata precedentemente all’estero. In secondo luogo, non bisogna dimenticare che i partner same-sex vedranno sempre come dei “privilegiati” le coppie eterosessuali, aventi maggiori opportunità (pensiamo alla questione adozioni), e il mediatore deve assolutamente tenere conto anche di quest’aspetto che potrebbe arrecare ulteriori sofferenze alla coppia omosessuale. Ancora, è giusto che il mediatore conosca le power dynamics di una coppia LGBT e che guardi con un occhio diverso i ruoli di genere, che non saranno, ovviamente, come quelli di una coppia eterosessuale.

Infine, sono interessanti le parole di Hertz riportate da Moscati (2015): “Più e più volte i miei clienti omosessuali mi chiedono perché dovrebbero passare per vie legali, dicendo che nessun giudice potrà capirli. In realtà ci sono altri pregiudizi basati su classe, stereotipi ruolo di genere, appartenenza etnica, ecc. Il giudice può cadere in questi pregiudizi anche se non applica i suoi preconcetti nei confronti dei gay. Il mediatore ha bisogno di conoscere questi aspetti al fine di sapere come muoversi tra le difficoltà che possono presentarsi.

Autrice: dott.ssa Vincenza Festa – Mediatrice familiare – email: vincenza.festa@outlook.it

Bibliografia

  • Barsky, A.E. (2004) ‘Mediating separation of same-sex couples’, In J. Folberg, A. Milne & P. Salem Mediating family and divorce disputes: Current practices and applications. New York: Guilford
  • Canevelli F. Lucardi M. (2008) La Mediazione familiare. Dalla rottura del legame al riconoscimento dell’altro. Bollati Boringhieri
  • Fuller L. (1971) Mediation its forms and functions, Southern California Law Review
  • Hertz F. (2008) Mediating Same-Sex Disputes: Understanding the New Legal and Social Frameworks’  [www.mcfm.org ]
  • Moscati M.F. (2014) Same-Sex Couples and Mediation: A practical Handbook [www.litigiouslove.eu]
  • Moscati M. F. (2015) Litigious Love – Same-sex couples and Mediation in the European Union

Note

[1]In Italia il ricorso alla mediazione familiare è previsto dall’art.155 sexies c.c., introdotto dalla legge n.54/2006.

[2]La ricerca è incentrata sul contesto europeo e analizza in particolare Inghilterra, Italia, Croazia,Ungheria, Bulgaria e Spagna. Lo studio è stato reso possibile da un finanziamento europeo ottenuto da “Avvocature per i diritti LGBT- Rete Lenford” , un’associazione nata per rispondere al bisogno di informazione e diffusione della cultura e del rispetto dei diritti delle persone LGBTI nel nostro Paese e che offre tutela giudiziaria, attività di ricerca e formazione su questi temi.


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Arrivano le linee guida ministeriali per il riconoscimento e la presa in carico di vittime internazionali di violenza e di tortura

Negli ultimi anni l’Italia ha visto l’arrivo di un numero crescente di migranti, tra i quali molti richiedenti protezione internazionale, tanto da diventare il terzo Paese dell’Unione Europea, dopo Germania e Svezia, per numero di richieste di asilo (83.970 nel 2015, di cui l’11,53% di donne e 13,25% di minori, accompagnati e non). I richiedenti e titolari di protezione internazionale e umanitaria, da qui in avanti RTP, sono una popolazione a elevato rischio di sviluppare sindromi psicopatologiche a causa della frequente incidenza di esperienze stressanti o propriamente traumatiche. Sono persone costrette ad abbandonare il proprio paese generalmente per sottrarsi a persecuzioni o al rischio concreto di subirne. Possono anche fuggire da contesti di violenza generalizzata determinati da guerre o conflitti civili nel proprio Paese di origine. Inoltre, durante il percorso migratorio, sono sovente esposti a pericoli e traumi aggiuntivi determinati dalla pericolosità di questi viaggi che si possono concretizzare in situazioni di sfruttamento, violenze e aggressioni di varia natura compresa quella sessuale, la malnutrizione, l’impossibilità di essere curati, l’umiliazione psicofisica, la detenzione e i respingimenti.

Gli eventi traumatici che colpiscono i RTP determinano gravi conseguenze sulla loro salute fisica e psichica con ripercussioni sul benessere individuale e sociale dei familiari e della collettività. Per fornire una risposta adeguata è pertanto urgente riorientare il sistema sanitario italiano verso l’attenzione ai bisogni emergenti, la prossimità ai gruppi a rischio di marginalità, l’equità dell’offerta per assicurare un’assistenza sanitaria in linea con le loro necessità e nel rispetto dei principi costituzionali. E’ necessario, quindi, avviare la programmazione di strumenti operativi adeguati ad assistere questa nuova e numerosa utenza multiculturale, eterogenea, segnata in modo consistente dai traumi subiti. Certamente un’accoglienza adeguata alla complessità dei bisogni e alla tutela dei diritti di cui questi soggetti sono portatori richiede una riorganizzazione dei servizi sanitari, con definizione di procedure, di competenze e attività formativa del personale, resa difficile anche dal pesante ostacolo rappresentato dalle limitate risorse disponibili.

Le linee guida sono chiamate anche a fornire indicazioni per l’individuazione, presa in carico e certificazione delle vittime di torture e per la definizione dei capitolati d’appalto relativi ai centri di prima accoglienza. Infatti in tema di accoglienza di persone portatrici di esigenze particolari si prevede che le misure di accoglienza tengano conto delle specifica situazione delle persone vulnerabili, incluse le persone che hanno subito torture, garantendo una valutazione iniziale e una verifica periodica da parte di personale qualificato ed è stabilito inoltre che possano accedere all’assistenza o a cure mediche e psicologiche appropriate, secondo le presenti linee guida. Infine si prevedono per i centri di prima accoglienza servizi speciali per le persone vulnerabili, assicurati anche in collaborazione con la ASL competente per territorio. Quindi, sulla base delle esperienze strutturate e consolidate inerenti l’accoglienza e la riabilitazione dei rifugiati vittime di tortura, realizzate da associazioni ed enti in interazione con il servizio sanitario pubblico, le presenti linee guida considerano come strumento fondamentale un approccio multidisciplinare, partecipato, integrato ed olistico, che prevede un percorso di assistenza alle vittime: dall’individuazione, non sempre facile ed evidente in questo tipo di situazioni, alla riabilitazione.

Un focus specifico è stato previsto sulla certificazione, essenziale nell’iter della richiesta di asilo e sulla mediazione, indispensabile per la costruzione della relazione. Questo documento affronta anche il tema della tutela della salute degli operatori coinvolti nell’accoglienza e presa in carico delle vittime e la loro formazione. All’interno delle linee guida particolare attenzione è dedicata alle donne, attraverso l’introduzione della prospettiva di genere, e ai minori, che rappresentano due sottogruppi particolarmente vulnerabili. Le linee guida forniscono quindi indicazioni su come operare il delicato passaggio di competenze tra l’accoglienza erogata dal sistema di assistenza per i rifugiati (SPRAR o altri programmi) e il sistema generale dell’assistenza socio-sanitaria in particolare in tutte quelle situazioni nelle quali è necessario assicurare una continuità terapeutico-assistenziale

(tratto dal primo capitolo delle Linee Guida, disponibili integralmente a questo link)

10 maggio 2017


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In Senato il ddl per l’istituzione della figura del Mediatore Familiare

E’ stato pubblicato il decreto di legge 2686 per listituzione della figura del mediatore familiare e le disposizioni in materia di mediazione familiare. Rispetto alla proposta di legge dello scorso ottobre, sostenuta dalla presidente AIMeF Federica Anzini e presentata dal sottosegretario Federica Chiavaroli e dalla senatrice Laura Bianconi, il ddl presenta a seguito del drafting delle lievi modifiche: vediamo nel dettaglio gli aspetti salienti e le novità introdotte, e in seguito il testo integrale.

1 – Il primo articolo riporta le finalità dell’intervento di mediazione, la cui rilevanza pubblica e funzione sociale è sottolineata. Il comma 2 esplicita che per mediazione familiare si intende un percorso volontario che sostiene e facilita la riorganizzazione delle relazioni familiari nei casi di cessazione di un rapporto di coppia a qualsiasi titolo costituito e in altri casi di conflitti familiari e parentali. Si va dunque verso un ambito di applicazione esteso – meglio precisato nell’art. 5 – che comprende anche le separazioni delle coppie di fatto e la mediazione tra familiari

2 – Il secondo articolo riporta la classica definizione operativa di mediazione familiare, con riferimento alla terzietà, neutralità, indipendenza, equidistanza, e al fine di elaborare un progetto di riorganizzazione delle relazioni familiari rimesso totalmente alla volontà delle parti.

3 – Il terzo articolo riporta l’istituzione dell’albo dei mediatori familiari e i requisiti per farne parte, che incontrano quelli che AIMeF ha già attivato da maggio 2016. Intanto l’aspirante mediatore familiare sarà in possesso di diploma di laurea almeno quadriennale in discipline sociali, psicologiche, giuridiche, sanitarie, sociologiche e pedagogiche. Per ottenere l’abilitazione all’esercizio professionale bisogna poi superare un percorso formativo con queste caratteristiche: durata almeno biennale; formazione in aula non inferiore alle 240 ore; svolgimento di un tirocinio di durata non inferiore a sei mesi presso un ente accreditato allo svolgimento delle attività di mediazione familiare; superamento di un esame finale di abilitazione orale e pratico. In pratica le caratteristiche dei percorsi formativi già attivati da Istituto HFC, i cui allievi diplomati possiedono già i requisiti citati. Entro i sei mesi dall’entrata in vigore della legge il Ministero della Giustizia pubblicherà l’elenco dei mediatori abilitati, gli enti abilitati per lo svolgimento del percorso formativo e accreditati per lo svolgimento del tirocinio.

4 – Il quarto articolo riporta alcuni obblighi del mediatore: l’obbligo di sottoscrizione di apposita informativa alle parti, il segreto professionale, l’impossibilità per le parti di acquisire alcun atto o documento in eventuale eventuale giudizio, l’astensione dalla mediazione in caso di conflitto di interesse.

5 – Il quinto importantissimo articolo parla dell’obbligo dell’incontro informativo nelle varie fattispecie di separazione: le parti sono tenute preliminarmente a rivolgersi gratuitamente a un mediatore familiare per un incontro informativo, al fine di acquisire le informazioni sull’opportunità e sulle potenzialità di un eventuale percorso di mediazione familiare. Lo svolgimento dell’incontro informativo è condizione di procedibilità. Nei casi in cui una o entrambe le parti decidano di non iniziare ovvero di non portare a termine il percorso mediazione familiare, il mediatore familiare rilascia alle parti, in duplice originale, un documento che contiene l’attestazione dell’avvenuto incontro informativo sulla mediazione familiare. [Qualora il Giudice] rilevi che l’incontro informativo non ha avuto luogo, assegna alle parti il termine di quindici giorni per lo svolgimento dello stesso.

Gli articoli 6, 7 e 8 chiudono il ddl, che è riportato integralmente qui (clicca per scaricare): Ddl S. 2686 – Istituzione della figura del mediatore familiare e disposizioni in materia di mediazione familiare.

Nicola Boccola – 10 marzo 2017


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Il piano genitoriale: strumento per facilitare gli accordi sulla genitorialità

Il Tribunale di Civitavecchia si sta dimostrando all’avanguardia nella cura delle separazioni conflittuali: propone lo strumento del piano genitoriale, mutuato dalla coordinazione genitoriale di Debra Carter, in grado di articolare e definire pressoché tutti gli aspetti della genitorialità, offrendo così alle coppie genitoriali una struttura solida a cui riferirsi per la gestione dei minori.

Queste le regole fondamentali del piano genitoriale.

ENTRAMBI I GENITORI devono:

  • Mantenere una comunicazione funzionale con i figli
  • Mantenere una comunicazione regolare con l’altro genitore ed essere collaborativi tra loro
  • Seguire rigorosamente il piano genitoriale
  • Contattare immediatamente l’altro genitore in caso di emergenze che riguardano i figli

IL GENITORE COLLOCATARIO deve:

  • Condividere con l’altro genitore tutte le informazioni riguardanti il figlio (es. scuola, insegnanti, attività, amici ecc.)
  • Essere flessibile e sostenere la relazione del figlio con l’altro genitore. Non deve squalificare l’altro genitore, né controllare o interferire nella comunicazione tra lo stesso ed il figlio

Potete trovare il piano genitoriale di base su questo link. Altri piani genitoriali, specifici per diverse situazioni (lunga distanza, alta strutturazione, sicurezza), sono disponibili su questo link.

Nicola Boccola – 3 marzo 2017


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Zonzo: storia di una foto e di una mediazione

Due sposi novelli che si tengono per mano, soli, in quello che sembra un intimo banchetto nuziale nel centro storico di una cittadina italiana. Grazie a questa immagine ci è accaduto oggi qualcosa di bello e inconsueto, e vorremmo raccontarlo.
matrimonio-intimo Se seguite il nostro sito e la nostra pagina Facebook vi sarete imbattuti nella foto: l’abbiamo scelta per la nostra campagna pubblicitaria del nuovo percorso formativo in Mediazione Familiare. E’ stato un colpo di fulmine: ci sembrava che quell’immagine raccontasse alla perfezione, con la sua potenza iconica, la nostra idea di mediazione familiare: che siano i coniugi da soli a decidere e autodeterminare il proprio futuro, senza influenze di terzi distratti o partigiani.

Abbiamo quindi cercato l’autore dello scatto, o il detentore dei relativi diritti: solitamente il sito Tineye, che consente di mostrare tutte le pagine web in cui è contenuta un’immagine di partenza, fornisce la traccia giusta. Ma non è stato il caso. Così abbiamo deciso di utilizzarla comunque, inserendo un disclaimer nella nostra pagina contatti (immaginando che fosse quella certamente cliccata dall’interessato) in cui ci dicevamo pronti a riconoscere i diritti d’autore del titolare. Con la segreta speranza di venire contattati (aiutati dalla percezione che la foto fosse italiana), e così conoscere chi aveva dimostrato una sensibilità a cui ci sentivamo affini.

Questo è successo oggi: un’email bonaria di Angelo, in cui chiedeva che fossero riconosciuti gli autori del lavoro. Si tratta dell’agenzia fotografica Zonzo, a cui abbiamo potuto chiedere di quei particolari dell’istantanea che ci eravamo finora limitati a immaginare. Abbiamo così scoperto che si è trattato di uno shooting fotografico con due attori, nel centro storico di Vasto, in Abruzzo; e che l’abito nuziale è stato creato da un’artista, Simona, che fa parte della stessa agenzia.

E questa storia ci sembra un ottimo esempio di mediazione. Ci sarebbero potuti essere i presupposti di una incomprensione o una lite. E invece è bastato parlarsi, riconoscere i punti in comune, per arrivare a una facile soluzione che ha arricchito entrambi.

Nicola Boccola – 15 dicembre 2016


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In arrivo la legge sulla Mediazione Familiare targata AIMeF

Un momento della presentazione: in piedi la presidente AIMeF Anzini, alla sua destra il Sottosegretario Chiavarone

Un momento della presentazione: in piedi la presidente AIMeF Anzini, alla sua destra il Sottosegretario Chiavaroli

Stamattina, in concomitanza con la Giornata Nazionale della Mediazione Familiare, si è tenuta una conferenza stampa presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica durante quale il presidente dell’Associazione Italiana Mediatori Familiari Federica Anzini ha presentato la proposta di legge dell’ A.I.Me.F.

Presenti accanto ai membri dell’associazione di mediazione familiare, l’On. Laura Bianconi, Presidente del gruppo Area Popolare ed il Sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia Federica Chiavaroli.

Le principali novità introdotte riguardano:

  • Il riconoscimento dell’imprescindibile funzione sociale di facilitare, agevolare l’assolvimento delle responsabilità genitoriale “nell’interesse del minore” dopo la cessazione del rapporto di coppia;
  • Definizione della Mediazione Familiare;
  • Definire della figura del mediatore familiare rispetto alla sua formazione, agli ambiti di intervento e della deontologia
  • Modifiche al codice civile

Il sottosegretario Federica Chiavaroli ha partecipato alla stesura del disegno di legge sottolineandone la necessità a seguito del forte aumento di conflitti all’interno dell’ambito familiare. Inoltre, sostiene, è una conseguenza fondamentale delle leggi che regolano lo svincolo dal legame matrimoniale attualmente in vigore.

Tali leggi rendono obbligatoria l’informazione alla mediazione familiare: è necessario rendere fruibile la conoscenza dell’esistenza di un percorso che aiuti le coppie ad affrontare una separazione con l’aiuto di operatori esperti e formati.

La senatrice Laura Bianconi ha tenuto a sottolineare l’importanza di questo disegno di legge, che si augura diventi presto Legge, poiché nella nostra società è in continuo aumento la violenza all’interno delle famiglie con la conseguente fragilità dei membri che le compongono.

Non è solo il nucleo familiare a soffrire di tale fragilità e a pagarne le conseguenze, ma tutti i singoli membri: la coppia e i figli che subiscono ed assistito, impotenti, ai conflitti dei genitori.

Vi è pertanto la necessità di un ordinamento che porti le coppie a passare attraverso un mediatore familiare che li aiuti a migliorare il dialogo e tutelare il più possibile i minori coinvolti nel conflitto.


Edith Mincuzzi – 20 ottobre 2016

(Foto di Romina Pacitto)


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Ebook: L’Attaccamento al Padre. Analisi delle ricerche psicologiche più rilevanti

Chi genera non è ancora padre, un padre è chi genera e lo merita. (Fedor Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)

attaccamento al padreDa lunedì 5 settembre 2016 e per un tempo limitato è possibile scaricare su questa pagina l’ebook L’Attaccamento al Padre. Analisi delle ricerche psicologiche più rilevanti. Autore Nicola Boccola (2016, pp. 23, ed. Istituto HFC).

Per richiedere il download gratuito dell’opera clicca qui e compila il form.

Riceverai un’email di conferma all’indirizzo indicato – se non la trovassi cerca nella cartella spam. Dopo che avrai confermato la richiesta cliccando sul relativo link nell’email, riceverai entro 24 ore le istruzioni per scaricare l’ebook in formato PDF.

Richiedendo l’ebook sarai iscritto alla newsletter di Istituto HFC: riceverai email (all’incirca una al mese) con informazioni sulle nostre attività scientifiche.

Tratto dalle conclusioni:

“Il padre è una figura d’attaccamento. E’ però necessario che, richiamando i criteri di Howes, partecipi alle cure del bambino, sia presente continuativamente nella sua vita e investa emotivamente sul proprio bambino; comportamenti che i padri possono agire in modo competente.

Lamb ha sottolineato che il padre è una figura d’attaccamento fin dai sette mesi, ovvero dall’epoca in cui le conquiste cognitive infantili permettono la discriminazione delle figure, mostrando come i bambini non agiscano differenze significative nei comportamenti d’attaccamento rivolti ai due genitori, mentre discriminano negativamente gli estranei.

Riguardo invece gli apporti specifici allo sviluppo del bambino della qualità della relazione d’attaccamento con il padre, il quadro si presenta ancora indefinito.”

 

 

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Nuove regole per la formazione e la pratica in Mediazione Familiare

sposa bagnata

Siamo alla vigilia della nuova legge che regolamenterà la mediazione familiare e gli altri strumenti di risoluzione alternativa delle controversie. Lo richiede l’Europa, lo chiedono gli operatori della giustizia affogati dal numero di procedimenti.

AIMeF, l’associazione che costituisce il punto di riferimento per la mediazione familiare, muovendosi d’anticipo ha stabilito di creare delle norme UNI per regolamentare l’accesso e la pratica professionale, per diversi motivi

 

  1. Armonizzarsi con le regole in vigore negli altri paesi europei
  2. Offrire la possibilità di partecipare ai concorsi pubblici
  3. Garantire una maggiore preparazione dei mediatori familiari in vista dell’apertura a un mercato molto più vasto

 

Queste nel dettaglio le nuove regole a cui Istituto HFC ha già aderito

 

FORMAZIONE

Aumenta il monte ore necessario per accedere ad AIMeF e quindi alla pratica professionale. I nuovi master dovranno essere di almeno 240 ore, di cui almeno 170 di lezione specifiche sulla mediazione familiare. I master dovranno avere durata biennale e, fatto salvo il tirocinio di 40 ore nel primo anno, sarà richiesto di portare un caso proprio e di svolgere su questo una supervisione.


AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

I mediatori familiari già accreditati dovranno accedere ogni anno a 16 ore di aggiornamento professionale e 10 di supervisione. AIMeF potrà effettuare dei controlli sull’adempimento dell’obbligo e prevedere sanzioni in caso di inadempienza


TARIFFE

Stabiliti nuovi limiti tariffari minimi (30 euro) e massimi (250 euro) per ogni incontro di mediazione familiare.
Per le supervisioni individuali le tariffe andranno dai 30 agli 80 euro orari, mentre per le supervisioni di gruppo il compenso cumulativo non potrà essere maggiore a 100 euro l’ora.


Nicola Boccola – 8 luglio 2016


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